Dollaro, a rischio il “piano Trump”. Colpa Fed e populismo Europa

7 Febbraio 2017, di Laura Naka Antonelli

A dispetto di Trump, che ha fatto capire in tutti i modi che desidera un dollaro meno forte, la Fed di Janet Yellen potrebbe decidere di alzare i tassi già nel mese di marzo.

A far montare sui mercati le speculazioni su un’imminente manovra restrittiva dopo quella di dicembre, sono le dichiarazioni rilasciate da Patrick Harker, membro votante del Fomc – il braccio di politica monetaria della Federal Reserve.

Dichiarazioni che hanno conseguenze dirette sul forex e, in particolare, all’indomani dei toni da colomba utilizzati da Draghi, numero uno della Bce, sul cambio euro-dollaro.

Harker, che si è detto favorevole alla prospettiva di tre rialzi dei tassi nel 2017, ha affermato che la Fed dovrebbe considerare un aumento di 25 punti base, nel caso in cui il trend di miglioramento del mercato del lavoro Usa continuasse.

Oltre che sul forex, le parole di Harker hanno avuto un effetto immediato sui Treasuries, che hanno sofferto la flessione giornaliera più forte dallo scorso giugno.

Nel grafico, il trend dei rendimenti decennali Usa degli ultimi 12 mesi. Evidente l’impennata dei tassi dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni Usa, con gli investitori che hanno scommesso subito su una nuova era per l’economia Usa caratterizzata da manovre di politica fiscale espansiva.

Ma nel medio-lungo termine, quali sono le prospettive per il cambio euro-dollaro?

Di primo acchito, pensando alle politiche monetarie adottate dagli Usa e dall’Eurozona, la risposta dovrebbe essere semplice. Il dollaro dovrebbe salire, sostenuto dalle politiche fiscali espansive di Trump, e l’euro dovrebbe scendere, grazie all’impegno di Draghi a mantenere ancora attiva la flebo del Quantitative Easing.

L’outlook potrebbe tuttavia essere diverso, se si considera l’escalation della guerra valutaria intensificata proprio con le parole di Trump. Lo stesso governo Trump ha lanciato un monito all’Europa, in modo particolare alla Germania, rea a suo avviso di sostenere un euro troppo sottovalutato. Parole che hanno prodotto l’effetto sperato, in quanto il dollaro è sceso nelle ultime settimane.

La polemica è finita ieri anche sui banchi del Parlamento europeo, nel corso dell’audizione di Draghi: che ha prontamente difeso la valuta dagli attacchi americani. Una posizione che oggi è stata ribadita anche da Benoit Coeure, membro del Consiglio direttivo della Bce, che ha affermato che il livello dell’euro è appropriato e in linea con i fondamentali dell’economia.

Ma alla fine, più che ascoltare Draghi, l’euro in queste ultime ore ha ascoltato la voce del populismo in Europa.

La valuta è capitolata al minimo in due mesi sullo yen, scontando il timore sull’esito degli eventi politici cruciali in Europa del 2017, in primis delle elezioni francesi. Ancora prima delle presidenziali in Francia, previste per il prossimo aprile, si voterà a marzo in Olanda. E successivamente, sempre che non tocchi prima all’Italia, sarà il turno della Germania.

Quello che i mercati temono è l’effetto Brexit in tutto il Continente: nel caso dell’Eurozona, la vittoria non solo del NO all’Unione europea, ma anche del NO all’euro.

Il paradosso, per Trump, è che oltre alla Fed, lanciata verso una politica di rialzi dei tassi,  potrebbe essere proprio il successo del populismo in Europa a far scivolare ulteriormente l’euro, e dunque a rafforzare il dollaro, mandando così all’aria il piano di rendere più competitivi gli Stati Uniti.

Proprio quel populismo che punta a creare un’era Trump anche in Europa.