Debito nel 2016 crea inflazione nel 2017. Indovinate cosa accadrà nel 2018

10 Marzo 2017, di Daniele Chicca

Proprio quando sembrava ormai che le autorità, i cittadini e la comunità di investitori avessero iniziato a rassegnarsi all’idea di una deflazione accompagnata da tassi di interesse negativi a lungo, ecco che l’inflazione ha deciso di tornare con impeto nelle economie delle regioni più potenti al mondo. C’era da aspettarselo, per la verità, visto che il debito tende a produrre inflazione.

Verso la fine del 2015 la maggior parte dei governi e delle autorità di politica monetaria, terrorizzate dalle prospettive di una deflazione, hanno deciso di ricorrere alle armi pesanti e iniettare migliaia di miliardi nelle loro economie creando denaro e comprando titoli di Stato. Questo non ha fatto altro che gonfiare ulteriormente i bilanci delle banche centrali e ingigantire i debiti pubblici dei governi.

  • La Cina, per esempio, ha concesso nuovi prestiti per un valore complessivo pari a 1.800 miliardi di dollari da allora (12.650 miliardi di yuan). L’offerta della massa monetaria è cresciuta dell’11% dal 2015 al 2016 e il rapporto tra debito e Pil è balzato dal 254% al 277% in un anno.
  • In Europa intanto la Banca centrale europea ha premuto sul pedale dell’acceleratore e ha potenziato il suo programma di acquisto di bond societari e governativi, iniettando nell’economia dell’Eurozona denaro per 1.500 miliardi di euro di nuova creazione.
  • Gli Stati Uniti nel frattempo non sono stati da meno e il debito federale governativo è aumentato di mille miliardi di dollari, nel tentativo di alimentare la crescita di salari, aumentare la domanda per le materie prime e spronare i consumi.

Dal momento che è matematicamente pressoché impossibile che la crescita del Pil e la produzione globale tengano il passo del nuovo denaro creato, il risultato scontato è quello di un rialzo dei prezzi al consumo per ogni cosa. Il petrolio e gli altri materiali industriali sono più cari oggi di quanto non fossero un anno fa, i salari stanno aumentando, anche se non quanto vorrebbero le autorità, e i tassi di interesse a lungo termine (e quindi il costo per chiedere un prestito) stanno risalendo, con particolare decisione negli Usa dove la Federal Reserve tra una settimana si appresta a imporre una stretta monetaria, la terza in dieci anni.

L’inflazione generata dal debito crea instabilità, dal momento che l’aumento dei tassi di interesse manda allo sbando i mercati obbligazionari e l’aumento dei costi di produzione per le aziende mette in difficoltà l’azionario e chi vuole investire in Borsa. Se ci si aggiunge la tensione crescente in ambito geopolitico e le incertezze e rischi politici nell’anno delle Superelezioni in Europa, dopo le sorprese di Donald Trump e Brexit, i prossimi mesi si preannunciano tempi difficili per le autorità.

Gestire la prossima crisi economica non sarà un compito facile. I governi e le banche centrali basano le loro strategie su obiettivi di inflazione e non di tutti i trend macro in essere, come se l’economia contemporanea fosse una caldaia che si potesse regolare a piacimento. Per usare le parole di Jim Rickards, avvocato e autore americano esperto di questioni finanziarie, non si tratta di una stufa bensì piuttosto di un reattore nucleare del quale non va perso il controllo. Se gli si permette di spingersi troppo in là e di surriscaldarsi troppo, il problema diventa critico.