Bce, Draghi stoppa Germania: non è ora di cambiare politica

6 Aprile 2017, di Daniele Chicca

Le politiche della Bce rimangono appropriate e ci vorrà una “maggiore fiducia” – ancora non sufficiente al momento – perché le autorità di politica monetaria possano cambiare tattica e quindi riducano il piano di allentamento monetario straordinario, come aveva chiesto per esempio ieri il presidente della Bundesbank Jens Weidmann.

Lo ha detto nella “tana del lupo” (la Germania) il presidente della Bce Mario Draghi, insistendo su un punto: i rischi sono ancora orientati al ribasso in area euro, dove la crescita in termini reali e l’inflazione sono ancora troppo basse per poter permettere una deleverage macroeconomica, ossia una riduzione dei livelli del debito, rispetto al Pil, attraverso una maggiore spinta economica. Pertanto i tassi di interesse rimarranno su livelli bassi per un periodo prolungato, ben oltre la conclusione del programma di Quantitative Easing.

Draghi ha spiegato che ci sono due modi per ridurre i debiti. Uno è quello di ottenere una crescita nominale, l’altro è quello di perseguire una deleverage del bilancio, obiettivo che raggiunge tramite la svalutazione dei debiti o il rimborso delle passività accumulate. Storicamente, ha osservato sempre il numero uno della Bce, i processi più drastici di riduzione del debito, hanno fatto affidamento su entrambi i meccanismi.

I rischi prevalenti sulla ripresa dell’area dell’euro “sono ancora di segno negativo a causa di fattori geopolitici“, ha dichiarato Draghi nel suo discorso a Francoforte, ricordando che “la storia dell’area dell’euro, per buona parte della crisi, è stata di riprese fallite. “Non è una sorpresa, vista la gravità della crisi e l’ampiezza della recessione. A tutt’oggi, l’eredità dalla crisi finanziaria pesa sulla ripresa e lo scenario globale resta incerto”. Il rimbalzo emerso tra il 2009 e il 2011 “è fallito a causa dell’arrivo della crisi del debito sovrano. Dopo di che abbiamo visto un inizio di ripresa a metà 2013 che però ha perso slancio nell’estate del 2014 a causa di uno scenario esterno sempre più incerto” e che resta a oggi il principale fattore di rischio.

Parla Draghi, euro in difficoltà

Quanto all’occupazione in area euro, a inizio 2014 la grossa fetta della crescita veniva dalla Germania. Con il passare dei mesi il contributo della Spagna è diventato sempre più importante, grazie alla ripresa delle attività e alla riforma del mercato del lavoro varata in precedenza. Dalla seconda parte del 2015, poi, l’occupazione è andata migliorando anche in economie che prima erano in difficoltà, tra cui soprattutto l’Italia, l’Irlanda e il Portogallo.

Proprio come avvenuto anche per i tassi di crescita del Pil, la dispersione dell’aumento della percentuale di occupati nei paesi membri dell’Eurozona si trova ora ai livelli minimi record. E la crescita è sempre stata fondamentale per ottenere successo.

In Eurozona fino a poco tempo fa, siccome l’inflazione e la crescita dell’economia reale erano ancora troppo fiacche non si poteva ottenere una riduzione del debito se non attraverso un miglioramento dei bilanci e le misure di austerity, canali dolorosi da seguire e in conflitto con l’obiettivo di una stabilizzazione macroeconomica.

Insomma, progressi ce ne sono stati, ma è troppo presto per cantare vittoria. L’outlook sulla stabilità dei prezzi rimane invariato. In particolare, mentre i tassi di crescita e occupazione stanno convergendo nell’area euro, restano differenze da colmare in termini di livelli. In diverse aree della regione ci sono ancora molte risorse sotto utilizzate, come evidenziano il ritardo della produzione e gli alti livelli di disoccupazione. 

Le parole accomodanti pronunciate da Draghi, secondo cui non ci sono ancora prove a sufficienza di una ripresa decisa dell’inflazione, hanno messo in difficoltà l’euro, che sui mercati valutari ha accelerato al ribasso nella prima mattinata europea, arrivando a cedere lo 0,3% circa sul dollaro in area 1,0630 dollari.