Elezioni Italia, il motivo della ribellione? La ripresa che non c’è

7 marzo 2018, di Daniele Chicca

A giudicare dalla cartina elettorale dell’Italia dopo il 4 marzo, il paese risulta spaccato in due, con il Nord appannaggio della coalizione di centro destra a trazione Lega e il Sud tutto schierato con il MoVimento 5 Stelle. Nonostante le differenze di offerta programmatica, le ragioni del successo delle due formazioni politiche anti sistema ed euroscettiche hanno radici tuttavia analoghe e sono da ricercare nella situazione economica.

Semplificando al massimo, si può concludere che al Nord la parte più produttiva del paese vuole meno tasse (la flat tax è la promessa elettorale cardine della lista dei conservatori), mentre al Sud – dove la disoccupazione specie quella giovanile è ancora alle stelle, in controtendenza con i miglioramenti visti nel resto d’Europa – deve essere sicuramente piaciuta la promessa di un reddito di cittadinanza presente nel programma del MoVimento 5 Stelle.

Esaminando il voto in base alla categoria professionale dell’elettorato, si scopre che i pensionati e chi ha un ceto più alto ha preferito di solito il PD (vedi tabella dati Ipsos) o comunque l’area di centro sinistra. In gran parte gli indipendenti e autonomi votano a destra, mentre gli operai optano per Lega o M5S (solo l’1,3% di loro ha votato LeU e solo l’11,3% il PD, a dimostrazione dalla perdita di fiducia nella politica di sinistra). Come prevedibile invece studenti e insegnati sono quelli più orientati a sinistra rispetto alla media. Più del 55% dei disoccupati e anche delle casalinghe ha votato per M5S o per la Lega.

Analisi del voto in base al ceto sociale e professione

Dopo due decenni di economia stagnante, in Italia la gente si è ribellata ma lo ha fatto anche troppo tardi, dimostrando – soprattutto al sud e nelle periferie – di non avere fiducia nei progetti per il futuro della classe digerente. I miglioramenti visti negli ultimi anni dell’ultimo mandato di governo a guida PD hanno convinto soltanto il 18-19% degli elettori. Gli italiani hanno premiato partiti protezionisti e contrari all’Eurozona così com’è strutturata oggi. Sebbene il parlamento sia sulla carta ingovernabile lasciando spazio al ritorno in sella di forze moderate, un’altra volta dopo lo shock Brexit e dopo l’elezione a sorpresa di Trump, la febbre dell’anti establishment e il vento contrario alla globalizzazione hanno dominato, più di quanto sondaggisti ed esperti vari avevano preventivato.

Anche il problema delle onde migratorie ha sicuramente avuto un impatto nella distribuzione del voto in Italia, ma più in chiave economica che di sicurezza, secondo gli analisti. I leader europei di Germania e Francia, Angela Merkel ed Emmanuel Macron, ora si troveranno a dover fare i conti con un partner imprevedibile, proprio in un momento in cui devono rispondere alla minaccia di una guerra commerciale lanciata da Donald Trump in Usa.

Secondo lo strategist Jeffrey P. Snider di Alhambra Investments gli economisti continuano a parlare di ripresa, ma non è propriamente corretto. Mentre in Eurozona è innegabile che ci sia stato finalmente un recupero delle attività, l’Italia è in ritardo. “Non importa quante prove ci siano contro la ripresa” della terza forza economica dell’area euro, “gli economisti continuano a sostenere che è in atto o che comunque si paleserà domani”.

È un punto di vista assurdo, secondo l’Head of Global Investment Research della società di gestione, dal momento che parte da un presupposto che dovrebbe essere invece la conclusione della tesi (una ripresa economica in atto), per poi cercare man mano prove in grado di confutare la tesi iniziale. A luglio del 2012 Mario Draghi salvò l’euro dicendo che “avrebbe fatto tutto pur di salvare” la moneta unica, e quindi mantenere in vita il sogno di un’integrazione maggiore in Eurozona.

Ma sia Luigi Di Maio, leader del M5S (partito votato da quasi un terzo degli elettori), sia Matteo Salvini, che sarà probabilmente il primo dei candidati premier a ricevere l’incarico da Sergio Mattarella per provare a formare il governo, sono a favore di un’Europa delle regioni e  non negli Stati Uniti d’Europa. Salvini vuole mettere fine ‘dell’impero tedesco in Europa’, per usare le stesse parole del leader della coalizione di centro destra, che si è assicurata il maggior numero di seggi in parlamento dopo il 37% dei consensi raccolti alle elezioni.

L’impressione di Snider è che “Mario Draghi, come il suo predecessore Jean-Claude Trichet e Ben Bernanke in Usa, l’ex presidente della Federal Reserve, non abbia bene idea” di quanto sia accaduto nel 2008 (con la crisi finanziaria scatenata dallo scoppio della bolla dei mutui subprime) o nel 2011 (l’anno dell’apice della crisi del debito sovrano in Europa). “La sua banca centrale sta provando a porre rimedio a un problema che però non riesce a capire e il risultato è che il problema non viene risolto”. E il problema riguarda l’economia.

“I cittadini sono arrabbiati anche per questo. Non ci vuole un grande sforzo mentale per riconoscere che gli elettori italiani hanno i loro validi motivi” per ribellarsi contro l’establishment e non c’entra la storia oscura dell’Europa, bensì è una questione di economia, la quale purtroppo “è la disciplina più fragile mai inventata: non permette un’analisi introspettiva, nemmeno minima, perché è più una forza politica che scientifica”.

In Europa questo è ancora più evidente. Il rischio di una crisi politica nel blocco europeo è attribuibile alla questione tabù, di cui nessuno vuole parlare. La minaccia di una rottura dell’euro è più grande oggi di quanto non fosse nel 2012 e dimostra che Draghi, nonostante i primi successi, non è riuscito nel suo intento.

Non saranno gli squilibri di bilancio Target II dell’Italia o i problemi dell’indebitata Grecia, che è stata a un passo dal default e dall’addio all’Eurozona, a far saltare l’euro bensì la ribellione contro quello che Draghi non riesce e non vuole vedere. Il banchiere centrale “può fare tutte le promesse che vuole, ma il destino dell’Europa non sarà determinato dall’euro”, secondo lo strategist.

È da vent’anni che l’Italia non cresce, ma l’ultimo decennio – con gli avvenimenti che lo hanno caratterizzato – è stato più che sufficiente perché gli italiani, che non hanno mai vissuto una vera rivoluzione, si ribellassero contro una cosa che un tempo appoggiavano con entusiasmo. “I molteplici errori commessi dalle autorità non sono certo una formula vincente alle urne”, afferma con un filo di ironia l’analista.

“Dieci anni è un periodo molto lungo per sopportare promesse non mantenute”, dice Snider. Fino al 2016 “gli italiani, i britannici e gli americani hanno mostrato una pazienza notevole. Hanno dato a tecnocrati e politici il beneficio del dubbio in più occasioni”, con le politiche e gli esperimenti attuati che però non hanno dato i frutti sperati. Solo ora le autorità iniziano a pagarne le conseguenze.

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