Riserve auree e Bankitalia: di chi sono? Tutta la verità

14 Febbraio 2019, di Daniele Chicca

Presentando una bozza di legge per chiarire a chi appartengono le riserve auree depositate presso Bankitalia, Claudio Borghi della Lega ha sollevato un polverone. La Stampa sostiene che la misura sia volta a coprire le spese per prevenire lo scatto delle clausole di salvaguardia. Che vorrebbero dire aumento dell’IVA nei prossimi due anni.

A fare discutere è stato anche il tempismo della proposta del presidente della Commissione Bilancio della Camera. L’idea è emersa pochi giorni dopo che la coalizione di governo giallo verde ha attaccato verbalmente i vertici di Consob e Bankitalia, chiedendone l’azzeramento.

Borghi vuole proteggere le riserve auree italiane per precisare a chi appartengono le migliaia di tonnellate di oro gestite dalla Banca d’Italia. Nel testo si specifica che l’oro è dello Stato italiano e non di autorità esterne, ossia della Bce. In realtà come vedremo più avanti, le cose stanno diversamente.

L’iniziativa potrebbe però aprire la strada all’ipotesi di vendere le riserve auree. Progetto di cui aveva discusso più di cinque anni fa Beppe Grillo, confondatore del MoVimento 5 Stelle, sul suo blog. Con l’obiettivo di servirsi del ricavato per per rimettere in carreggiata i conti pubblici.

In fatto di riserve auree, Italia terza potenza al mondo

L’Italia sostiene di avere in mano 2.451,8 tonnellate (metriche) di riserve auree. Se le cifre sono corrette, si tratterebbe della quarta somma più alto dopo la Germania, gli Stati Uniti e il Fondo Monetario Internazionale. Saremmo il paese custode del terzo ammontare di oro al mondo. Al contrario della maggior parte delle nazioni, in cui le riserve auree sono di proprietà dello Stato ma gestite dalla banca centrale, in Italia la banca centrale detiene e custodisce l’oro allo stesso tempo.

Il problema è poi che la Banca d’Italia fa parte dell’Eurosistema e dunque deve sottostare alla Bce. L’Articolo 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE, ex Articolo 105 del Trattato EC), stabilisce che le riserve valutarie e auree fanno parte delle riserve di proprietà dell’Area Euro.

Bankitalia possiede fisicamente inoltre 119,4 tonnellate di oro, riserve auree depositate a Palazzo Koch a Roma. Mentre l’altra metà si trova alla Federal Reserve Bank di New York (FRBNY). Un’altra piccola fetta è custodita invece a Londra presso la Banca d’Inghilterra e un’altra ancora a Berna, nei forzieri della Banca Nazionale Svizzera (SNB) per conto della Banca delle Banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank for International Settlements).

Non ci sono tuttavia prove concrete su queste riserve, specialmente per l’oro detenuto all’estero. Su cui non è possibile effettuare verifiche. I 16-20 miliardi di ricavi previsti con la vendita di oro sarebbe la somma ideale per sterilizzare l’incremento dell’IVA l’anno prossimo. Ci vorrebbero infatti 32 miliardi in due anni (20 e 12) per scongiurare l’attivazione delle clausole di salvaguardia.

Oro: la controversia ruota intorno a Borghi e Grillo

Il problema del piano sarebbe che la vendita delle riserve auree è una misura una tantum. Per scongiurare l’aumento dell’IVA serve invece una misura di finanziamento ricorrente nel tempo. Il progetto – anche se fosse veramente fattibile – servirebbe solo a rimandare un problema.

Secondo Grillo permetterebbe di respirare offrendo una copertura extra al bilancio, senza violare i vincoli di bilancio. “Ma soprattutto metterebbe finalmente fine a questa litania sul fatto che non ci sono soldi”.

La proposta di legge di Borghi, presentata per la verità alla Camera per la prima volta il 6 agosto del 2018, va in questa direzione. L’intento è quello di “assicurare chiarezza interpretativa poiché la Banca d’Italia, secondo quanto dispone l’articolo 4, secondo comma, del testo unico, provvede in ordine alla gestione delle riserve ufficiali, nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 31 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea”.

L’Italia, pur impegnandosi a rispettare gli obblighi internazionali derivanti da trattati, vuole esplicitare la “permanenza della proprietà delle riserve auree allo Stato italiano“. Vista la natura ibrida assunta dalla Banca d’Italia nel corso degli anni, la proposta di legge di Borghi conclude che “una specificazione su questo punto si rende necessaria”.

Riserve auree: la bozza di legge di Borghi

La bozza del testo, dice Borghi, è solo un’ipotesi al vaglio del governo. La proposta di legge non è ancora stata ufficialmente presentata in parlamento e, anche se fosse, non vuol dire che il governo abbia intenzione di vendere sul serio le riserve auree.

L’intento di Borghi con le sue dichiarazioni ai media è quello di “rassicurare la gente sul fatto che il governo non intende cedere oro” per porre rimedio alle difficoltà riscontrate sul fronte delle finanze pubbliche.

“La mia proposta di legge vuole semplicemente chiarire che le riserve auree appartengono allo Stato, non a qualcun altro”, ha precisato Borghi a Bloomberg. Se ci fossero dubbi sulle nostre intenzioni, si ricordi che c’è un’altra legge che dice che le riserve auree non possono essere vendute senza la maggioranza di due terzi del parlamento“.

Quello che vuole dire Borghi qui, è che servirebbe infatti un ordine per legge costituzionale.

Bankitalia: “le riserve auree sono nostre”

In una guida del 2014, Banca d’Italia spiega che le riserve auree sono di proprietà dell’istituto. “La proprietà delle riserve ufficiali è assegnata per legge alla Banca d’Italia”, si legge nella prima pagina (vedi allegato qui sotto).

La ragione per la quale le riserve auree, costituite prevalentemente da lingotti (95.493) ma anche in parte minore da monete, appartengono a Bankitalia e non allo Stato sono storiche.

Riserve auree: perché appartengono a Bankitalia e non lo Stato

Fino agli Anni ’60 le riserve auree non erano detenute dalla Banca d’Italia bensì da un ente chiamato l’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC). Autorità fondata nel 1945 il cui compito principale era quello di gestire le riserve valutarie straniere (oro compreso) dell’Italia.

Le operazioni di acquisto di oro condotte negli Anni 50 e 60 sono state fatte dall’UI e non dalla Banca d’Italia. Negli Anni 60, tuttavia, qualcosa è cambiato. Furono effettuati due trasferimenti enormi di oro da UIC a Bankitalia nel 1960 e cinque anni dopo. In totale le due transazioni ammontavano a 1.889 tonnellate metriche.

A quel punto la funzione principale dell’istituto diventò la gestione delle riserva valutarie e non delle riserve auree. Nel gennaio del 2008 l’UIC cessò di esistere, perché tutti i suoi poteri, compiti e funzioni sono stati trasferiti alla Banca d’Italia. Secondo il vice premier e leader della Lega Matteo Salvini “le riserve auree sono di proprietà del popolo italiano e di nessun altro”.

Ma le autorità della banca centrale la pensano diversamente. E la legge è dalla loro parte. Sfortunatamente per il governo, i banchieri centrali non vorranno nemmeno affrontare una discussione sulla vendita delle riserve auree. Figuriamoci se accetterano di procedere alla cessione di oro.

Conclusioni

Resta da vedere ora quanto in là oseranno spingersi Borghi e il governo. Forse sarebbe conveniente e potrebbe portare a qualche risultato, se chiedessero e ottenessero un audit indipendente di tutte le riserve auree italiane. Sia le 1.200 tonnellate depositate a Roma sia quelle custodite nei forzieri delle banche estere, principalmente – come visto – a New York.

Nessuno infatti le ha mai viste e se non si prova l’esistenza delle riserve auree non si possono certo vendere. L’oro a New York potrebbe anche non essere più là, per esempio. L’ultima volta che si ha avuto prova delle riserve auree italiano nei forzieri della Fed era il periodo compreso tra il 1974 e il 1978, quando circa 542 tonnellate di oro sono state usate come collaterale per garantire un prestito in dollari Usa concesso dalla Bundesbank tedesca.

Se le autorità italiane vogliono veramente sfruttare le riserve auree, potrebbero anche chiedere un nuovo prestito internazionale simile a quello degli Anni 70. Come allora, l’oro italiano potrebbe essere usato come collaterale. Anche in quel caso, però, bisognerebbe provarne l’esistenza.

Mentre negli Anni 90 e 2000 paesi come Belgio, Olanda, Francia, Portogallo, Spagna, Canada, Australia e Svizzera vendevano oro, l’Italia non ha ceduto nemmeno un’oncia dei suoi possedimenti.

I lingotti della Banca d’Italia pesano da un minimo di 4,2 chilogrammi a un massimo di 19,7 chilogrammi (Donat SorokinTASS via Getty Images)