Italia ostaggio dell’euro. A rischio stampella export

3 Maggio 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Nello stesso giorno in cui l’euro supera quota $1,16 per la prima volta dallo scorso agosto, la Commissione Ue sottolinea di prevedere per l’Italia una crescita delle esportazioni “a un ritmo più lento”, a fronte di una domanda interna che, invece, si confermerà il “fattore trainante principale” per il Pil. Questo, perchè “la bassa inflazione, l’aumento dell’occupazione e i tagli fiscali dovrebbero sostenere il reddito reale disponibile delle famiglie e dunque i consumi privati”.

Italia sostenuta da fattori esterni come calo euro e petrolio. E ora?

Contestualmente, l’azionario europeo perde ulteriormente terreno, scontando sia la decisione della stessa Commissione Ue di tagliare le stime di crescita dell’Eurozona, che il rialzo dell’euro, che incide negativamente sul trend delle esportazioni.

L’Italia si conferma – come altri paesi dell’Eurozona – ostaggio dell’euro troppo forte, conseguenza di una politica monetaria della Bce che sembra non avere alcuna intenzione di entrare a far parte della guerra valutaria in atto nel mondo. Basti pensare al panico-yen che investe puntualmente la Borsa di Tokyo quando la valuta sale troppo e che fa suonare immediatamente un campanello d’allarme, per svegliare gli alti funzionari della Bank of Japan (che tuttavia, l’ultima volta, non hanno agito, forse perchè consapevoli dell’inefficacia, alla fine, delle loro misure).

La Commissione Ue ha sottolineato che:

“nel 2015, il Pil dell’Italia su base reale è aumentato dello 0,8%, mettendo fine alla recessione economica successiva alla crisi del debito pubblico. La ripresa è stata sostenuta da fattori esterni positivi, tra cui l’euro debole e il calo dei prezzi del petrolio“.

Dunque, il calo dell’euro dei mesi precedenti ha fatto sicuramente bene. Ma ora che la moneta si apprezza? Cosa accadrà?

Il paradosso Fed e l’immobilismo della Bce

Dalle parole della Commissione si evince che sono stati appunto “fattori esterni” ad alimentare la crescita dell’Italia. Come andranno dunque ora le cose, visto che sta per cadere la stampella delle esportazioni?

Ironico notare come il dollaro ieri abbia testato il livello più basso in più di un anno contro le principali valute a livello globale, e come invece sia lo yen che l’euro, monete che dovrebbero deprezzarsi a causa delle maxi iniezioni di liquidità lanciate dalle rispettive banche centrali – Bank of Japan e Bce – continuino a salire. L’ironia diventa quasi commedia se si considera che la banca centrale che ha deciso di imbarcarsi su una rotta di politica monetaria restrittiva è stata proprio la Fed.

L’outlook sta comunque cambiando. Si smorzano sempre di più le speculazioni su ulteriori aumenti dei tassi di interesse da parte della Fed, ed è per questo che il dollaro sta perdendo velocemente terreno.

Sul trend della valuta americana incide anche la continua marcia al rialzo dello yen, considerata tra le più importanti valute rifugio, oggetto di desiderio di diversi investitori, che dubitano sempre di più sulla reale capacità delle banche centrali di alimentare la crescita attraverso misure aggressive di politica monetaria.

Intervistati da Reuters, gli analisti di Rabobank fanno notare che il forte calo del dollaro da un massimo fino a JPY 122 testato solo pochi mesi fa, a JPY 105 circa, è una variazione significativa che tuttavia non avrà alcun potere sulle pressioni deflazionistiche in Giappone e che non fa altro che dimostrare “il problema di una politica monetaria non convenzionale che ha testato i suoi limiti proprio come è successo nel caso della politica convenzionale”.

Ed è così che lo yen è salito fino a JPY 105,60 nei confronti del dollaro, toccando il record dall’ottobre del 2014, mentre l’euro, oltre $1,16, ha testato un livello che non vedeva dall’agosto scorso.

Ma cosa accade all’azionario europeo quando l’euro si rafforza? Considerata la forte presenza sui listini europei di titoli di società esportatrici, di solito arrivano le vendite.

Euro in crescita, rallentamento emergenti: colpo di grazia all’export?

D’altronde, per paesi come l’Italia, la Germania, la Francia, le esportazioni sono considerate vitali: soprattutto in questo momento, con la Commissione Ue che ha affermato che “la crescita economica dell’Europa dovrebbe rimanere modesta, dal momento che la performance dei principali partner commerciali ha rallentato il passo e alcuni dei fattori che hanno finora a ora sostenuto (l’Eurozona) si stanno smorzando. Il risultato è che ci attendiamo che il PIL dell’Eurozona continui a crescere a un ritmo moderato, nel periodo compreso tra il 2015 e il 2017”.

Se l’euro fosse più debole, una spinta potrebbe arrivare magari dalle esportazioni.

Come se non bastasse, nelle sue previsioni economiche primaverili, la Commissione parla di un outlook sulla crescita globale che si è indebolito ulteriormente, dopo essere scivolato lo scorso anno al minimo dal 2009.

“L’economia globale è attesa in crescita del 3,1% nel 2016 e del 3,4% nel 2017”, quindi ancora peggio – nel 2016 – del 3,2% del 2015.

Imprigionata in un rapporto di cambio su cui la Bce non sembra avere alcuna intenzione di intervenire, l’Eurozona dovrà fare i conti ora non solo con un outlook caratterizzato da un elevato livello di incertezza, ma anche con l’apprezzamento dell’euro che a sua volta, unito alla crisi delle mercati emergenti e con i dati quasi mai confortanti che arrivano dalla Cina, rischia di dare il colpo di grazia alle esportazioni.

Italia, stime tagliate da Ue. Ancora piaga debito e crescita troppo lenta

La Commissione Ue ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita del Pil italiano, nel 2016, a +1,1%, rispetto a +1,4% reso noto nel mese di febbraio. La stima sul Pil del 2017 è stata invece confermata a un tasso di crescita +1,3%.

Nella sintesi generale sull’Italia che è inclusa nelle Previsioni economiche di primavera, si legge:

“Le proiezioni indicano che la ripresa dell’economia italiana continuerà nel 2016 e 2017, con la ripresa della domanda interna. Si prevede che L’occupazione continui a crescere, mentre l’inflazione dovrebbe rimanere bassa anche a causa della pressione limitata del costo del lavoro. Le proiezioni indicano che nel 2016, il deficit pubblico calerà leggermente e il rapporto debito-Pil resterà stabile, prima di cominciare a scendere nel 2017″.

Tagliate le stime di crescita del deficit pubblico dell’Italia del 2016, ma l’Ue ha rivisto al rialzo l’outlook sul deficit relativo al 2017, alzando anche le stime sul debito, sempre per il 2017.

Di fatto, la previsione migliorativa sul deficit si confronta con il 2,5% previsto lo scorso febbraio. Contestualmente, tuttavia, l’outlook sul deficit del 2017 è stato rivisto al rialzo dal precedente 1,5% all’1,9%, e quello sul debito è stato portato dal 132,4% al 132,7% del Pil per il 2016, e dal 130,6% al 131,8% per il 2017.

Si stima dunque un calo del debito solo a partire dal 2017.

Debito ed euro: questa la prossima sfida per l’Italia e per tutta l’Eurozona.