Guerra valutaria, per alcune economie è l’unico vero bazooka

14 Aprile 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – I protagonisti dell’infinita guerra valutaria che si combatte da anni tornano ad affilare le armi. La conferma arriva direttamente dal mercato del Forex, in particolare dal trend delle valute dei mercati emergenti in Asia, che puntano con decisione verso il basso, scontando principalmente due fattori.

  • La sorpresa arrivata da Singapore
  • La svalutazione dello yuan operata dalla People’s Bank of China, banca centrale della Cina, al ritmo più forte in tre mesi.

In questo contesto, più in generale sul mercato valutario mondiale, non si può fare a meno di notare la resistenza dell’euro nei confronti del dollaro. Quella parità tra euro e dollaro che alcuni economisti davano per imminente appare un traguardo quasi impossibile da raggiungere, soprattutto con una Fed piena di dubbi, incerta se continuare ad alzare o meno i tassi.

Il caso Singapore

Oggi le valute dei paesi emergenti sono state zavorrate dalla notizia della decisione di Singapore di rendere più espansiva la propria politica monetaria. E’ importante ricordare che l’Autorità Monetaria di Singapore non agisce attraverso gli interventi sui tassi, ma interviene direttamente sul rapporto di cambio; e con la manovra di oggi, l’istituzione ha portato il tasso di apprezzamento del dollaro singaporegno verso un paniere di altre valute, allo zero, dopo la pubblicazione di un PIL tutto fuorchè stellare. Il Pil è salito nel primo trimestre del 2016 a un tasso, su base annua, dell’1,8%, come nel quarto trimestre del 2015. Si tratta del ritmo di crescita più lento dal secondo trimestre del 2015. In tutto il 2015, il Pil di Singapore era salito di appena il 2%, riportando la crescita più debole dal 2009.

Singapore ha sofferto soprattutto la contrazione del settore manifatturiero, che ha inciso sul Pil del 2015 per quasi il 20%, e che si è contratto -2% nel primo trimestre, dopo aver sofferto un tonfo -5,2% in tutto il 2015.

Il problema della svalutazione operata da Singapoire, tuttavia, è la mancanza di chiarezza, dal momento che l’Autorità Monetaria di Singapore (Monetary Authority of Singapore, MAS) non comunica di norma né i dettagli sulla composizione del paniere, nè il range entro cui il dollaro di Singapore oscilla e né il ritmo con cui apprezza o deprezza la valuta.

La MAS ha motivato la propria decisione con diversi fattori, tra cui il recente crollo dei prezzi del petrolio, e l’indebolimento del commercio globale provocato dal rallentamento strutturale dell’economia cinese, che di per sé mette sotto pressione il Pil di Singapore, visto che in questo caso si parla di un prodotto interno lordo altamente dipendente dalle attività commerciali.

Il cambio di rotta nella politica valutaria dell’economia è stato notevole dal momento che fino a oggi l’istituzione aveva virato a favore di un lieve apprezzamento del dollaro di Singapore, per non importare inflazione da altri paesi esteri.

Il risultato è che il dollaro di Singapore è sceso fino a -1,1% a 1,3654 nei confronti del dollaro Usa, segnando la variazione intraday più forte dalla metà di dicembre.

Le vendite hanno colpito anche altre monete emergenti in Asia, con gli investitori che hanno scommesso sull’escalation della guerra valutaria.

Svalutazione delle monete: e se fosse questo il vero bazooka?

Singapore ha dunque effettuato una svalutazione competitiva; idem ha fatto oggi la Cina, mentre la Borsa di Tokyo è ormai ostaggio dello yen in maniera più o meno conclamata. Così come anche in Europa, sebbene la Bce si ostini a dire che il suo target non è quello di intervenire sul mercato dei cambi, i mercati azionari reagiscono sempre positivamente al deprezzamento dell’euro, quando avviene.

Nonostante le varie promesse e i vari patti siglati negli incontri interminabili del G20, in cui diversi paesi garantiscono che non agiranno sul forex e non daranno il via a nessuna guerra valutaria, ogni economia a casa propria continua a fare i propri conti, e a stimolare le proprie esportazioni puntando su una valuta più debole.

La reazione delle valute emergenti oggi è stata immediata.

Il won coreano è rallentato -0,7%, a 1.153,305 verso il dollaro Usa, scontando in questo caso anche la perdita della maggioranza in Parlamento da parte del partito di governo.  Giù, sempre nei confronti del dollaro Usa, anche il dollaro neozelandese, il ringgit malesiano e la rupia indonesiana.

Così come ha spiegato Hirofumi Suzuki, economista presso la banca Sumitomo Mitsui Banking, a Singapore:

“La decisione di oggi dell’Autorità Monetaria di Singapore ha messo sotto pressione le valute della regione dell’Asia Pacifico. Alcuni partecipanti al mercato temono un ritorno della svalutazione competitiva”.

 

Gli smobilizzi sulle valute emergenti sono stati scatenati anche dalla decisione della Cina di svalutare lo yuan al ritmo più forte dallo scorso 7 gennaio, ovvero in tre mesi. Sui mercati circolano opinioni che fanno notare come la svalutazione sia avvenuta proprio dopo la notizia dei misteriosi meeting di emergenza della Fed. Che la Fed stia davvero decidendo di mettere il freno al percorso di rialzo dei tassi, anche per i timori di un eccessivo apprezzamento del dollaro, che danneggerebbe gli utili della Corporate America?

Azionario emergenti, una opportunità?

Intanto un report di Amundi mette in evidenza che gli investitori cominciano a reinvestire nei mercati emergenti

“Nel 2016 i mercati azionari emergenti hanno sovraperformato i mercati dei paesi sviluppati grazie a tre fattori: il rimbalzo dei prezzi del petrolio, la battuta d’arresto nel rialzo del dollaro e la rinnovata forza del tema delle “azioni sottovalutate”. In questo contesto, da inizio anno i mercati hanno assistito ad un nuovo movimento in favore dei mercati emergenti, dopo diversi anni di deflussi dall’azionario emergente nonostante la buona performance degli indici.

Fannie Wurtz, Managing Director di Amundi ETF, Indexing & Smart Beta ha così commentato:

“Riteniamo che i mercati emergenti saranno gli sfidanti delle prossime settimane e gli investitori sono alla ricerca degli strumenti più adatti per reinvestire in questi mercati. Gli ETF sono senza dubbio una soluzione efficiente in termini di costi e la nostra capacità di offrire la gamma di ETF emergenti globali e regionali più economica e con una buona liquidità è decisiva per accompagnare i clienti nella scelta di riposizionarsi su tali esposizioni.”