Economia

Draghi e il dilemma dei BTP: a rischio se stacca la spina QE

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Che fine faranno i bond europei e, in particolare, quelli italiani, quando la mano salvifica del Quantitative easing della Bce non esisterà più? Draghi ha un dilemma, scrive Mike ‘Mish’ Shedlock, autore del sito MishTalk, che analizza i trend economici di tutto il mondo: capire come staccare la spina che ha mantenuto in vita i BTP italiani.

Sembra che siano trascorsi anni da quando gli economisti di tutto il mondo guardavano con preoccupazione alla minaccia di deflazione in Eurozona. Minaccia che in alcuni casi, come in Italia, è finita anche con il concretizzarsi. Era invece soltanto l’anno scorso: Draghi, numero uno della Bce, non nascondeva allora la sua delusione per il trend delle pressioni inflazionistiche, che continuava ad arrancare. La speranza era nell’arma che la Bce aveva sfoderato, quella del QE.

A distanza di mesi, si può dire che quell’arma, quel bazooka monetario di Draghi, ha funzionato. Ma, anche, che forse ha funzionato troppo, visti gli ultimi dati che sono arrivati dal fronte macroeconomico dell’Eurozona. Tanto che ora la minaccia non porta più il nome di deflazione ma di inflazione.

I falchi tedeschi – culturalmente ossessionati dall’inflazione – fanno pressioni su Draghi, pronti a metterlo sull’attenti. Qualcosa, dicono, deve essere fatto visto che, stando ai dati diffusi nelle ultime ore, l’inflazione dell’Eurozona è salita anche oltre il target fissato dalla Bce, e per la prima volta in quattro anni, toccando la soglia del 2% a febbraio, rispetto all’1,8% del mese precedente. Importante ricordare come il target sull’inflazione fissato dalla Bce sia appena al di sotto del 2%.

Draghi ha sempre assicurato, fino all’ultima riunione del Consiglio Direttivo della Bce, che il programma di QE sarebbe continuato, così come sarebbe continuata la politica dei tassi ultra-bassi; e si è anche rifiutato di parlare di una fase di tapering, rispondendo così a chi lo interrogava sulla decisione, annunciata a dicembre, di ridurre a partire dal mese di aprile il piano QE dall’ammontare di 80 miliardi di euro al mese a 60 miliardi di euro.

D’altronde, la Bce aveva reso noto sempre a dicembre che il bazooka QE sarebbe stato esteso fino al dicembre di quest’anno. Ma in questo nuovo contesto di spinte inflattive, molti sono gli interrogativi su quello che Draghi dirà nella imminente riunione di questo mese.

Pressing tedeschi, chi comprerà i BTP?

Tuttavia, l’analista Mish fa notare come la pazienza dei tedeschi sia al limite, così come la Bce sia sempre più spaccata. Proprio lo scorso mese – prima dunque della diffusione sui dati dell’Eurozona relativi all’inflazione – Yves Mersch, membro del Consiglio direttivo della Bce, si è posto – e ha posto – il seguente interrogativo:

“Per quanto tempo ancora potremo continuare a dire che una opzione di politica monetaria è rappresentata da ‘tassi ancora più bassi’? Vista l’importanza della credibilità di una banca centrale, non ci dovrebbe essere alcun ritardo nell’apportare i necessari graduali aggiustamenti al nostro modo di comunicare”.

E Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank e anch’egli nel Consiglio direttivo della Bce, ha detto che la Bce dovrebbe alzare le sue stime di inflazione, relative al 2017, fino a mezzo punto percentuale in più rispetto alla percentuale dell’1,3%, prevista a dicembre.

Così Mish:

“Il presidente della Bce Mario Draghi ha promesso di mantenere operativi gli acquisti di asset che avvengono con il QE, e l’Italia non ha altri acquirenti per i suoi bond (..) lo spread tra i tassi decennali sui BTP italiani e quelli dei Bund tedeschi si aggira attorno a 181 punti base. E se “la Bce smettesse di acquistare bond italiani, salirebbe in modo drammatico”.

Come risolverà Draghi questo dilemma?

“La breve risposta è niente. La lunga risposta è che Draghi probabilmente dirà qualcosa come ‘la crescita dei salari è debole, (il rialzo) dei prezzi energertici è transitorio’ e la Bce si concentrerà sulla componente core dell’indice HCIP (Harmonized Index of Consumer Prices)”.

E in tal senso per ora rimane, forse, ancora dalla parte della ragione visto che il trend dell’inflazione core – depurata dalla componente dei prezzi più volatili, ovvero i prezzi dei beni alimentari ed energetici – è rimasto a febbraio invariato allo 0,9%. E’ dall’agosto del 2013 che il tasso rimane ostinatamente inferiore alla soglia dell’1%“.