Disastro banche centrali: e se il vero rischio fosse l’inflazione?

18 Ottobre 2016, di Laura Naka Antonelli

NEW YOKR (WSI) – È un lavoro, quello delle banche centrali, andato avanti per anni, con l’obiettivo di stimolare la crescita e l’inflazione. Maxi iniezioni di liquidità, a livelli mai visti, e adozione di vari bazooka monetari, in stile QE, accompagnati da tassi a livelli rasoterra. E se si fosse andati troppo in là?

E se alla fine, lungi dal surriscaldare l’economia – i dati che arrivano dal fronte macro di Ue, Eurozona, Stati Uniti e Giappone sono tutto fuorché rassicuranti – la droga dei banchieri centrali avesse finito con il provocare il rischio di una forte e anche imprevedibile inflazione?

D’altronde in economia esiste il termine stagflazione, caratterizzata da indebolimento del tasso di crescita del Pil, disoccupazione piuttosto elevata – qui si parla del caso dell’Europa – e crescita, appunto, delle pressioni inflazionistiche.

A conferma della fondatezza dei timori sull’escalation delle pressioni inflazionistiche è arrivato proprio oggi il dato relativo all’indice dei prezzi al consumo nel Regno Unito. Il dato ha segnato il balzo più forte dal 2014, pari a +1%, a fronte di un +1,5% della componente core.

Certo, in questo caso la ragione risiede nel deprezzamento della sterlina, crollata di oltre il 17% dal giorno del referendum sulla Brexit. Ma spaventa apprendere che è lo stesso Ufficio Nazionale di Statistica ad ammettere che il calo della valuta deve ancora essere scontato dal tasso di inflazione.

Della questione parla Michael Hartnett, Michael Hartnett, chief investment strategist presso Bank of America, che dà un consiglio ben preciso agli investitori: uscire dall’azionario e dai bond e iniziare a puntare su quelli che lui stesso definisce “real asset”, ovvero materie prime, in ogni caso oggetti tangibili, come metalli preziosi, proprietà e tutto ciò che abbia una liquidità minore rispetto agli asset finanziari.

Anche perchè, fa notare Hartnett, se si prende in considerazione il trend anche solo dello S&P 500, si rileva che l’indice oscilla ai massimi di tutti i tempi se paragonato ai prezzi degli immobili (in Usa) e che gli stessi bond viaggiano al record contro il valore dei diamanti.

Bank of America fa notare tra l’altro che lo stesso ritorno che si ottiene investendo a 10 anni sulle materie prime è ai minimi dal 1933.

 

Lo strategist continua, non dimenticando certo i timori che tuttora esistono in Europa e in Giappone riguardo all’opposto dell’inflazione, ovvero sulla deflazione. Detto questo, secondo Hartnett ci sono alcune “sacche”, a livello globale, di rialzo dell’inflazione. Come in Cina, per esempio, dove l’indice dei prezzi alla produzione è salito a settembre appena dello 0,1% su base annua, ma che comunque ha segnato il primo incremento dal 2012. L’indice dei prezzi al consumo, invece, è balzato di ben l’1,9% su base annua.

Di conseguenza l’esperto parla di rotazione, che vedrà “gli asset reali outperformare quelli finanziari”. Non solo. Viene presentata una tabella in cui si individuano gli asset che vincono e perdono in contesto di passaggio da deflazione a inflazione, dunque di transizione dagli asset “ZIRP winners” (dove ZIRP è la politica di tassi a zero), e “ZIRP losers”.