Bond, rischio crash o no? Bce tiene mercati con il fiato sospeso

31 Gennaio 2017, di Laura Naka Antonelli

La Germania non è un’eccezione, come forse vorrebbe la Bce. L’inflazione sta crescendo in tutta l’Eurozona, e a ritmi anche sorprendenti se si considera che fino a qualche mese fa si parlava ancora di deflazione. La buona notizia è che sta crescendo anche il Pil dell’area, a fronte di una disoccupazione che fa dietrofront (in Italia in realtà la disoccupazione rimane stabile).

La domanda che assilla gli operatori di mercato rimane la stessa: cosa fare con i bond, sia del debito sovrano che corporate? E’ arrivato o no il momento di vendere? Sui mercati i trader si affannano a capire le mosse della BCE di Mario Draghi.

I timori si erano già intensificati ieri con la pubblicazione, in Germania, del dato relativo all’inflazione, salita a livelli record nel paese. Ma, per anticipare le eventuali critiche dei falchi tedeschi, prima della pubblicazione del dato macro Ewald Nowotny, governatore della Banca centrale austriaca, aveva dato un altolà alle polemiche tedesche:

“La politica monetaria non può rivolgersi solo a un paese, ma deve riguardare l’intera economia dell’Eurozona. Osserviamo gli sviluppi tedeschi, che però rappresentano solo una parte”. Della serie, non esistete solo voi.

Bce in difficoltà su acquisti bond, inflazione su in tutta l’area euro

Nowolty e Draghi dovranno fare ora i conti con il dato sull’inflazione dell’intera Eurozona, che è stato reso noto in mattinata. Il tasso di inflazione relativo al mese di gennaio è infatti balzato al record in quasi quattro anni, all’1,8%, al valore più alto esattamente dal febbraio del 2013 e molto più velocemente sia rispetto all’1,1% di dicembre, che al +1,6% atteso dal consensus. Rialzo anche rispetto al +1,5% del 2015.

Escluse le componenti di beni alimentari ed energetici, l’inflazione è rimasta invariata allo 0,9%. E’ stata di fatto la componente dei prezzi energetici a contribuire al balzo delle spinte inflazionistiche.

Proprio per questo motivo, Julien Lafargue, strategist del mercato azionario europeo presso JP Morgan, ritiene che “sia troppo presto invocare in un tale contesto una sorta di ‘tapering’ nell’area, soprattutto in vista di un’agenda politica molto fitta” (riferimento alle elezioni in Francia, alle elezioni in Germania e forse, vista la sentenza della Consulta sull’Italicum, anche in Italia).

E tuttavia è stato lo stesso Nowolty ieri, pur invitando i tedeschi alla calma, ad ammettere che il Consiglio direttivo della Bce dovrà sicuramente prendere una decisione sul futuro del piano QE prima della fine del 2017, anche se ciò non dovrebbe avvenire prima dell’estate.

La decisione annunciata da Draghi di ridurre la portata del QE a partire dal prossimo mese di aprile – da segnalare che Draghi si è opposto alla definizione di “tapering” data alla sua mossa – è solo dunque il primo atto di un processo che andrà avanti fino alla fine dell’anno? Sembrerebbe proprio di sì.

Bond attaccati alla flebo Bce

Insomma, la Bce potrebbe essere prossima a staccare la flebo all’economia dell’Eurozona molto prima di quanto si pensi (o si speri).

Tra l’altro uno stesso articolo recente del Financial Times ha messo in guardia gli operatori, a dispetto degli ottimi dati relativi alle operazioni di vendita di bond, che sono avvenute all’inizio del 2017 al ritmo più forte dal 2013, sulla scia delle emissioni record lanciate dalle banche Usa e in Asia.

Stando ai numeri di Dealogic, nel complesso le aziende, le agenze e i paesi hanno raccolto più di $610 miliardi attraverso le varie emissioni dall’inizio del 2017, il 18% in più rispetto al 2016 (il valore non include tuttavia i bond venduti all’asta, come i Treasuries Usa, o i debiti municipali). Ma lo stesso Financial Times, prima che venissero diffusi questi dati in Europa, avvertiva che “probabilmente le vendite di debiti sono destinate a rallentare una volta che i tassi Usa saliranno (con nuove manovre restrittive da parte della Fed e le aziende americane saranno incoraggiate a rimpatriare i soldi dall’estero verso la fine di quest’anno”.

E le emissioni sui mercati capitali europei hanno iniziato il 2017 al ritmo più solido dal 2013, con bond offerti sul mercato per un totale di $280 miliardi. Ma quale sarà l’accoglienza degli investitori, in un contesto in cui l’inflazione ha dato chiari segnali di crescita anche in Usa?

Debiti sovrani sono tra gli asset da vendere?

Nel commentare le vendite che hanno affossato i bond sovrani nella giornata di ieri, Jan Randolph, responsabile della divisione del Rischio sui debiti sovrani di IHS Markit, ha scritto che alcuni investitori hanno usato il dato macro tedesco come una scusa per uscire dai bond e posizionarsi sull’azionario. Sempre Randolph ha affermato che l’inflazione tedesca aggiungerà benzina al fuoco di coloro che si oppongono al QE.

Imprevedibilità rischio per i bond sovrani

Così Dan Kemp, responsabile della divisione degli investimenti presso Morningstar Investment Management, alla domanda “l’Inflazione provocherà un crash sul mercato dei bond?” Facendo la differenza tra i bond societari e i bond sovrani, dunque governativi, Kemp scrive che:

“Il debito governativo di solito non è soggetto al ciclo di rischio default allo stesso modo. Sebbene i paesi possano, e facciano default, i bond governativi tendono a beneficiare dell’effetto “fuga verso gli asset più sicuri” nei momenti di stress, dal momento che gli investitori evitano di posizionarsi sugli asset alternativi più rischiosi. E questo è vero soprattutto per i Treasuries Usa e i Gilt UK di lungo periodo, che di fatto attraggono flussi nei periodo di timori economici. Il rischio maggiore per chi detiene debito governativo è un inatteso e persistente aumento dell’inflazione. L’inflazione più elevata erode il valore reale dei bond e di conseguenza riduce la loro appetibilità agli occhi degli investitori. Ciò si traduce in prezzi dei bond più bassi e anche in perdite permanenti di capitale”.

L’esperto fa notare che:

“Il problema per gli investitori è che questi choc inflazionistici sono largamente imprevedibili e dipendono da diversi fattori (..) Il messaggio dunque deve essere quello di aspettarsi l’imprevedibile e concentrarsi su quello che potrebbe essere un tasso di inflazione ragionevole nel lungo termine”.

In ogni caso Kemp lo dice chiaro e tondo. Gli asset che favorisce sono in questo contesto i TIPS, ovvero i titoli di stato Usa creati proprio per proteggersi contro un eventuale balzo dell’inflazione. Che con l’era Trump in Usa è stato dato da mesi quasi per scontato.