Welfare state: statistiche coprono la verità

27 Marzo 2017, di Francesco Puppato

La crisi del debito che ha fatto seguito alla grave recessione del 2008 ha fatto nascere molte voci dissenzienti sulla possibilità di finanziare il moderno welfare state.

Tuttavia, i dubbi emersi non sono patrimonio esclusivo del nostro tempo. Già negli anni settanta del secolo scorso le ripetute crisi petrolifere avevano posto fine alla crescita inarrestabile dei due decenni precedenti, mettendo a dura prova il bilancio di molti Stati (è infatti proprio in questi anni che nascono programmi televisivi come “Domenica In”, in modo da offrire un’alternativa ai cittadini che a causa del notevole incremento del costo del petrolio e, quindi, della benzina non potevano più permettersi di organizzare dei viaggi durante i week-end).

Al vertiginoso aumento della popolazione mondiale si era aggiunta la convinzione, condivisa da influenti capi di Stato come Ronald Reagan e Margaret Thatcher, che i regimi di welfare fossero incapaci di generare la ricchezza sufficiente per finanziare le loro necessità. Crisi della crescita, crisi fiscale, crisi demografica e crisi di efficienza: una tempesta perfetta in cui il welfare state poteva solamente naufragare.

Fortunatamente, nessuno di questi scenari allarmistici che a quei tempi sembravano così plausibili si è infine realizzato e, di fatto, la spesa sociale in rapporto al PIL si è mantenuta più o meno stabile in tutti i Paesi sviluppati.

Purtroppo, il fatto che a suo tempo il welfare state sia riuscito a superare le difficoltà passate, non garantisce che possa continuare a farlo in futuro: i tempi in cui viviamo non sono gli stessi degli anni settanta e se qualcosa è rimasto immutato, è proprio l’onnipresenza del welfare state nella vita quotidiana dei cittadini dei Paesi industrializzati (sussidi per le pensioni e per le disoccupazioni, sanità pubblica, ecc.).

L’assunto che il mercato, da solo, non riesca ad offrire quei servizi a costi sostenibili, che abbia cioè dei limiti e pure di una certa importanza e che serva di fatto l’intervento dello Stato, oggi lo sappiamo grazie all’opera pionieristica di Keynes (oltre che ai contributi di Samuelson); di contro c’è chi, come Friedman, sostiene che il mercato sia sempre più efficiente dello Stato, anche perché gli amministratori pubblici tendono ad agire più nel proprio interesse che per il bene comune.

Welfare e boom della spesa sociale

Ad ogni modo, oggi, ci troviamo in una situazione altamente delicata, causa l’errata stima dell’andamento della natalità, la crisi finanziaria ed il cambio del paradigma economico. Ci si ritrova infatti ad avere una popolazione sempre più vecchia che necessita di contributi pensionistici (i vecchi sussidi erano basati su tassi di natalità completamente diversi, ovvero quelli del boom economico in cui le famiglie avevano di medie cinque figli l’una), che ha aspettative di vita sempre più lunghe e migliori (grazie alle scoperte mediche e tecnologiche) e, di contro, con un calo dell’occupazione molto segnato.

Se ci concentriamo sui dati forniti dall’OCSE, la grande recessione iniziata nel 2008 ha avuto un effetto importante sulla spesa pubblica (intesa come spesa sociale, non come costi della pubblica amministrazione) in tutto il mondo: la spesa sociale è cresciuta in modo significativo, passando dal 19% al 22% rispetto al PIL.

Guardando il contesto internazionale è inoltre evidente che l’impatto della crisi non sia stato uguale in tutti i Paesi. In quelli in cui si è prodotta una contrazione economica maggiore, anche la riduzione della spesa sociale è stata maggiore.

È risultata infatti molto più forte in Grecia, in cui si stima che abbia comportato un cambiamento nella spesa sociale in termini reali del -17,6% fra il 2007 ed il 2013.

Nel caso della Spagna, invece, la maggiore contrazione si è avuta nella spesa sanitaria ed in quelle legate all’istruzione ed alla disoccupazione, mentre l’esborso in pensioni ha fatto crescere il costo globale delle politiche sociali.

Per quanto riguarda l’Italia, la contrazione più significativa si è verificata sulla spesa sanitaria, mentre l’aumento delle indennità di disoccupazione ha comportato una crescita della spesa sociale. Le misure di austerity raccomandate dall’Unione Europea, inoltre, altro non hanno fatto se non frenare l’espansione del welfare state imponendo agli Stati membri continui tagli ai servizi o aumenti del loro prezzo.

Togliere i diritti un pezzetto alla volta fa sì che i cittadini non se ne accorgano e ci si abituino gradualmente. Mentre Amartya Sen, economista e filosofo indiano Premio Nobel per l’economia nel 1998, cerca di segnalare la problematica dicendo “il welfare state è stato forse il principale contributo della civiltà europea al mondo e sarebbe molto triste se la stessa Europa lo perdesse”, il presidente del Consiglio Gentiloni, in occasione del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, dice che “il welfare europeo non ha pari al mondo”.

Due osservazioni divergenti, ma entrambe vere. La seconda, però, è un giochetto statistico: la spesa sociale viene misurata in percentuale rispetto al PIL e quindi può risultare aumentata semplicemente restando fissa o calando in quantità inferiore rispetto alla diminuzione del PIL.

Inoltre, certi meccanismi legati alla spesa sociale si attivano automaticamente: si pensi alla cassa integrazione guadagni (quindi non parliamo di nessuna nuova forma di aiuto sociale o di investimento).

Riassumendo in maniera molto sintetica, la motivazione che spinge a dichiarare la spesa sociale in crescita è dovuta, da un lato, alle indennità di disoccupazione che si attivano automaticamente quando questa comincia ad aumentare, dall’altro, alla riduzione del PIL che, in termini percentuali, fa sì che la spesa sociale giunga ad avere un peso maggiore.

Diceva Benjamin Disraeli: “Ci sono tre generi di bugie: le bugie, le maledette bugie e le statistiche”.