Mps: AD Fabrizio Viola fuori. Il futuro della banca e di chi detiene i suoi bond

9 Settembre 2016, di Laura Naka Antonelli

A Siena va di scena un nuovo dramma. Si tratta delle dimissioni di Fabrizio Viola, amministratore delegato di Mps, che sono state comunicate nella serata di ieri. E che, apparentemente, sono arrivate a sorpresa, tant’è che la stampa italiana parla di colpo di scena. Così Mps in una nota, che arriva verso la serata di ieri:

Il cda di Mps “ha avviato il processo per la successione dell’Amministratore Delegato” Fabrizio Viola “con l’obiettivo di arrivare in tempi molto brevi al suo insediamento”.

L’addio arriva mentre la banca senese si avvia a lanciare una nuova operazione di aumento di capitale, per un valore fino a 5 miliardi di euro. L’istituto promette – probabilmente per rassicurare sul fatto che non si ripeterà l’imbarazzo Unicredit, che ci ha messo non poco per trovare il successore dell’ex ceo Federico Ghizzoni, attuale Jean-Pierre Mustier – che “si arriverà dunque in “in tempi molto brevi” alla scelta del successore di Viola.

Nella nota si legge ancora:

“Fabrizio Viola ha dato la propria disponibilità a definire, insieme al Presidente, una ipotesi di accordo per la risoluzione del rapporto, subordinata all’approvazione degli organi competenti, nel pieno rispetto delle previsioni contrattuali e della normativa vigente, mantenendo le proprie funzioni fino alla nomina del suo successore e assicurando il proprio supporto per il tempo necessario. Il Consiglio di Amministrazione stesso, all’unanimità, ha ringraziato Fabrizio Viola per l’alta qualità del lavoro svolto nell’interesse di Banca Monte dei Paschi di Siena, esprimendo un forte apprezzamento per la grande competenza, la totale dedizione e trasparenza con cui ha guidato efficientemente la Banca per più di quattro anni”.

I possibili successori di Viola

E ora, è caccia al suo successore. Secondo quanto riportano Cnbc e diversi organi di stampa in Italia, il candidato più probabile a prendere il suo posto è Marco Morelli, amministratore delegato di Bank of America Merrill Lynch in Italia.

Marco Morelli ha già lavorato in Mps negli anni compresi tra il 2003 e il 2010, ricoprendo la carica di Vice direttore generale sotto la gestione Vigni-Mussari.

Altri candidati i cui nomi sono circolati già ieri sarebbero Giampiero Maioli, Ad di Cariparma e Giorgio Pernici, Dg di Mps Capital Services.

Il titolo segna un lieve rialzo dopo un avvio delle contrattazioni in calo. Dall’inizio dell’anno ha perso più dell’80%.

Renzi ha paura per l’effetto su referendum

Salvare Mps: è ormai da mesi – se non da anni – che i vari governi italiani si ingegnano per trovare il modo più efficace – e meno impopolare per loro stessi – per lanciare un salvagente all’istituto senese.

La notizia delle dimissioni di Viola è arrivata ieri sera, a mercati chiusi, e fonti del Ministero delle Finanze si sono subito affrettate ad affermare che la situazione rimane sotto controllo. In serata si è fatto sentire anche il premier Matteo Renzi, che ha ripetuto tuttavia quanto già detto.

“Spero che l’aumento di capitale sia fatto il prima possibile, credo che sarà fatto abbastanza presto“.

D’altronde il caso Mps alimenta i timori non solo dei risparmiatori italiani, ma anche dello stesso Renzi. In vista del referendum costituzionale, e in un contesto politico precario, con il fronte del “No” sempre più compatto, Renzi ora teme la bomba Mps sul referendum.

Allo stesso tempo, è la stessa sorte dei Mps a essere legata al referendum.

LEGGI Mps, sorte legata al referendum. Ipotesi ultimatum per chi detiene i suoi bond

Ma se Renzi teme per la sua poltrona, ci sono diversi risparmiatori che temono per i loro soldi.

Sono quegli italiani che hanno sottoscritto i bond di Mps, in particolare le obbligazioni subordinate che, in un regime di bail-in, dopo le azioni, sarebbero le seconde a cadere. Ovvero, chi detiene queste obbligazioni rischia di perdere tutto, come è accaduto nel caso delle quattro banche – CariChieri, CariFerrara, Banca Marche e Banca Etruria.

Ipotesi ultimatum agli obbligazionisti

Qualche giorno fa, citando il Messaggero, Dagospia ha parato di un piano valutato da JP Morgan e Mediobanca, con la stessa “benedizione di Renzi”, per far entrare con un ruolo attivo nell’operazione Mps “Cassa depositi e prestiti con i soldi degli arabi”.

“Un ombrello di salvataggio che si unirebbe a quello già previsto di far partecipare all’aumento di capitale gli obbligazionisti subordinati di Monte Paschi. Questo tipo di obbligazioni di Mps ammontano a 5 miliardi: 3 sottoscritti da operatori istituzionali, 2 miliardi dalla piccola clientela (retail).La direttiva “bail in” prevede che, in caso di fallimento, gli obbligazionisti subordinati partecipino al salvataggio per intero della banca fallita. Cioè, perdono tutto. Così Jp Morgan e Mediobanca hanno previsto che questo tipo di risparmiatori possano aderire “volontariamente” all’aumento di capitale. Con una svalutazione del loro portafoglio del 40%. In fin dei conti, cos’hanno da perdere: se la banca fallisce perdono tutto, se partecipano perdono solo il 40%”.

Formiche.net ha poi indicato anche, oltre al possibile interesse dei fondi fondi sovrani del Qatar (Qia) e del Kuwait (Kia), anche quello di “Andrea Bonomi, patron del fondo con base in Lussemburgo Investindustrial”. Sottolineando come l’interesse presunto di questi soggetti non sarebbe né “diretto” né “spontaneo” , visto che sarebbero i consulenti del piano di salvataggio di Mps, appunto JP Morgan e Mediobancam a sperare in un loro contributo.

Quel pranzo di Renzi con l’AD di JP Morgan

Intanto Lettera43 non esclude affatto, anzi, parla esplicitamente di una cacciata di Viola che sarebbe stata orchestrata dallo stesso Renzi:

“C’è quel pranzo a palazzo Chigi – il 6 luglio, se non ricordo male – con ospite d’onore il numero uno della JP Morgan, Jamie Dimon, alla presenza dell’ex ministro Vittorio Grilli (che offre i suoi servigi alla banca americana) e al presidente della Cdp Claudio Costamagna, che ha la sua neo moglie (casata Brivio Sforza) appena approdata in JP Morgan proprio grazie a Grilli. Lì, secondo quanto riferito da un articolo (mai smentito) di Meletti, furono gettate le basi per consentire a Jp Morgan di mettere le mani su Mps (che evidentemente interessa, a riprova che questi quattro anni di risanamento non sono passati invano). Fino al punto di ascoltare la richiesta di togliere dai piedi Viola, non prono a quel disegno, e di mettere al suo posto un soldato fidato, quel Marco Morelli, oggi in Merrill Lynch ma a lungo in Jp Morgan, che i giornali giustamente segnalano come il nuovo amministratore delegato, anche a costo di ignorare che ha lavorato con Mussari e che in tutti i casi a capo di Mps ci vuole un banchiere commerciale e non d’affari. D’altra parte, che Renzi fosse culo e camicia con Jp Morgan lo si sapeva fin da prima che diventasse presidente del Consiglio”.

 

Occhio a questo bond

Tra i detentori di obbligazioni subordinate Mps cresce la tensione. E la tensione riguarda soprattutto un bond Tier II; come ha riportato a luglio l’Huffington Post.

In particolare il riferimento è a una obbligazione subordinata, quella

“decennale Mps con scadenza 15 maggio 2018 – l’upper Tier II per l’appunto codice Isin IT0004352586 a tasso variabile – aveva un taglio minimo molto popolare: mille euro. Da solo ammonta a due miliardi e 160 milioni. Nel lontanissimo 2008 l’obbligazione fu collocata agli sportelli presso decine di migliaia di risparmiatori. Ironia della sorte il ricavato da Mps doveva servire per acquistare AntonVeneta. Fu giudicata un’operazione in conflitto d’interessi. Per questo motivo la banca non ha mai potuto quotare e scambiare i bond emessi. Ad aumentare la legittima inquietudine dei risparmiatori che li tengono nel cassetto arriva anche una vocina che circola sui mercati. Si osserva come nel 2008 chi sottoscriveva obbligazioni era ancora ben consapevole di quel che si comprava allo sportello. Sarebbe questo un motivo valido per il Tesoro per promuovere sul campo i detentori di upper Tier II dalla categoria degli sprovveduti risparmiatori a quella degli investitori capaci di intendere il margine di rischio. Tanto basterebbe per non farli rientrare in eventuali operazioni di rimborso come è stato previsto per le altre banche salvate.