Mps verso cessione sofferenze a fondo Atlante. Ma occhio a questo bond

13 Luglio 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Proseguono febbrili le trattative per la vendita delle sofferenze di MPS al fondo Atlante, gestito dalla società Gestio. Sofferenze di un valore di 10 miliardi di euro che, in base al diktat della JP Morgan e Mediobanca, affiancandosi agli advisor strategici Citigroup e UBS.

Obiettivo è quello di liberarsi del macigno delle sofferenze prima del 29 luglio, data in cui l’Eba comunicherà i risultati degli stress test avviati complessivamente su 51 banche europee. In realtà, Mps vorrebbe giocare ancora più d’anticipo, dal momento che è attesa a giorni la risposta della Bce alla sua lettera.

Il ruolo di JP Morgan

Sul ruolo di JP Morgan, vista la complessità dell’operazione finanziaria, la banca Usa dovrebbe cartolarizzare i crediti deteriorati, trasformandoli in titoli da piazzare sul mercato che avrebbero, nelle intenzioni del premier Matteo Renzi e del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, una forma di garanzia pubblica. JP Morgan dovrebbe curare anche la cessione dei titoli stessi ad Atlante.

Le incognite tuttavia non mancano, e riguardano in particolare proprio Atlante, il fondo che dovrebbe accollarsi le sofferenze di Mps, ma che è stato creato anche per gestire i problemi dell’intero panorama delle banche in Italia. Peccato che le risorse dello stesso fondo non siano cospiscue, tutt’altro.

Partito con una dotazione iniziale di 4,25 miliardi di euro, il fondo ha utilizzato quasi 2,5 miliardi di euro per coprire gli aumenti di capitale di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Dunque, al momento ha in pancia meno di 2 miliardi di euro, che non sarebbero sufficienti neanche per farsi carico delle sofferenze di Mps (che, precisamente, su base lorda ammontano a 26,6 miliardi di euro, pari a 10 miliardi al netto delle svalutazioni).

Verso un fondo Atlante 2

Per quello si cerca di dar vita a un altro fondo, già ribattezzato fondo Giasone o Atlante 2, che potrebbe ricevere finanziamenti sia dalla Cassa depositi prestiti che dalla SGA: quest’ultima, tuttavia, – la stessa che ha gestito i crediti deteriorati del Banco di Napoli, – è controllata dal Tesoro. Un suo eventuale coivolgimento nell’operazione Mps potrebbe di conseguenza andare a cozzare con la nuova normativa europea del bail-in, che ha decretato la fine delle operazioni di salvataggio delle banche, ovvero dei bail-out.

L’altro ostacolo è rappresentato dal rischio che le sofferenze di Mps vengano svendute e che si crei dunque un precedente pericoloso soprattutto per le altre banche italiane che puntano a smobilizzare il loro carico di sofferenze. A tal proposito vale la pena menzionare l’opinione di Dino Crivellari Banche e il nodo sofferenze. Ecco la soluzione al problema.

 

Sofferenze come merce di scambio, ma che succede se manca il mercato?

Nella sua analisi del problema, Crivellari mette in evidenza come il problema sia rappresentato proprio dalla difficoltà di creare un mercato ad hoc dove le esigenze dei venditori e dei compratori della “merce” sofferenze possa essere scambiata.

Così Crivellari:

“Il mercato è fatto da venditori (le banche), compratori (gli investitori), la merce (i crediti insoluti), il prezzo (il valore a cui venditore e compratore sono disposti a scambiarsi la merce). I venditori non mancano. Gli investitori nemmeno (specie fondi anglosassoni , liquidi e con grande appetito di rischio). La merce è abbondante (350 miliardi di crediti deteriorati di cui 200 di sofferenze). Ma il mercato non c’è. Negli ultimi anni solo pochissime transazioni sono state concluse e molte di quelle annunciate, anche di recente, sono poi naufragate. Il mercato non c’è perché non si forma il prezzo. Venditore e compratore non trovano l’accordo. Il motivo è molto semplice: hanno due metri di misura diversi.. Il valore di un credito insoluto è dato da due componenti: quanto potrò recuperare e quanto tempo ci vorrà per farlo. Secondo la vecchia battuta “oste come è il vino? Il vino è buono” le banche sostengono che il livello di recupero è x e questa x sta nei loro bilanci. Come è normale che sia, il compratore non è d’accordo e sostiene che il valore di recupero è y (minore di x).

Preoccupa soprattutto questo bond Mps

Intanto tra i detentori di obbligazioni subordinate Mps cresce la tensione. E la tensione riguarda soprattutto un bond Tier II; come ha riportato l’Huffington Post.

In particolare il riferimento è a una obbligazione subordinata, quella

“decennale Mps con scadenza 15 maggio 2018 – l’upper Tier II per l’appunto codice Isin IT0004352586 a tasso variabile – aveva un taglio minimo molto popolare: mille euro. Da solo ammonta a due miliardi e 160 milioni. Nel lontanissimo 2008 l’obbligazione fu collocata agli sportelli presso decine di migliaia di risparmiatori. Ironia della sorte il ricavato da Mps doveva servire per acquistare AntonVeneta. Fu giudicata un’operazione in conflitto d’interessi. Per questo motivo la banca non ha mai potuto quotare e scambiare i bond emessi. Ad aumentare la legittima inquietudine dei risparmiatori che li tengono nel cassetto arriva anche una vocina che circola sui mercati. Si osserva come nel 2008 chi sottoscriveva obbligazioni era ancora ben consapevole di quel che si comprava allo sportello. Sarebbe questo un motivo valido per il Tesoro per promuovere sul campo i detentori di upper Tier II dalla categoria degli sprovveduti risparmiatori a quella degli investitori capaci di intendere il margine di rischio. Tanto basterebbe per non farli rientrare in eventuali operazioni di rimborso come è stato previsto per le altre banche salvate.