Bce, Tria chiede di superare “tabù su monetizzazione”: cosa significa

23 Maggio 2019, di Alberto Battaglia

“Non dobbiamo dimenticare che esiste un secondo modo di finanziare un deficit, che è il finanziamento monetario”: queste parole, pronunciate lunedì dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, sembrano preludere a una nuova stagione di incomprensioni fra l’Italia e le istituzioni europee. Tria è consapevole di aver sollevato un argomento “tabù”. Infatti, lo statuto della Banca centrale europea impedisce di finanziare direttamente gli stati acquistando titoli di nuova emissione – la monetizzazione del debito.

Finanziare la spesa pubblica con moneta di nuova emissione richiede un coordinamento fra politiche monetarie e fiscali che, nell’Eurozona, non è possibile. Il perché appare anche evidente: finanziare direttamente uno stato costituirebbe un aiuto, un’alterazione delle condizioni di equa concorrenza fra gli stati che compongono l’Unione monetaria, che restano reciprocamente sovrani e in qualche modo avversari.

Nel caso del Qe, infatti, gli acquisti di titoli pubblici sul mercato secondario hanno sempre seguito un parametro prestabilito (la quota di partecipazione delle varie banche centrali nazionali al capitale della Bce, “capital key”) e richiedevano come garanzia contro il possibile azzardo morale degli stati una qualità investment grade.

Di fatto, il professore Tria afferma che le politiche di bilancio e di investimenti necessari al rilancio italiano avrebbero bisogno di denaro di nuova emissione da parte della Bce, in quanto esso giungerebbe senza comportare un rialzo del premio al rischio – come accade, al contrario, con gli investitori privati allorquando lo stato italiano annunci nuove spese. In un certo senso, il famoso investitore Ray Dalio di Bridgewater Associates aveva profetizzato un analogo coordinamento tra politiche monetarie e fiscali nel mondo di domani, in cui le armi convenzionali della politica monetaria sarebbero ormai spuntate.

Tria: è il momento di sfatare di tabù della monetizzazione

“Credo sia il momento di affrontare il tabù della monetizzazione e recuperare appieno gli strumenti di politica macroeconomica, anche per assicurare quel coordinamento non risolto, certamente in Europa, fra politica monetaria e di bilancio”, aveva detto Tria durante il suo intervento al Global Sustainability Forum della Luiss. “D’altra parte l’enorme massa di liquidità emessa con il Quantitative easing è stata fondamentale per salvare l’euro ma non ha portato ancora all’obiettivo di inflazione“.

Se il Qe acquisisce i titoli di stato da soggetti prevalentemente bancari, fornendo loro nuova liquidità per far fluire credito all’economia, la monetizzazione del debito permetterebbe di finanziare non già credito bancario, bensì progetti pubblici. O, almeno, questo ha affermato Tria (vedi video in basso).

Il rischio, però, è che ancora una volta appelli di questo genere – sebbene coerenti con il programma dell’alleanza di governo – vengano interpretati come una scarsa volontà di applicazione delle regole da parte del governo italiano. Inoltre, la precedente Legge di Bilancio ha, con grande sforzo, reperito le maggiori risorse per mantenere le promesse elettorali su Quota 100 e Reddito di cittadinanza. Nulla che possa in qualche modo garantire un’inversione di tendenza nel potenziale di crescita italiano.

In ultimo luogo, la modifica dello statuto Bce, che richiederebbe unanime consenso, è talmente improbabile che sollevare questo “tabù” – per quanto possa avere senso da una prospettiva accademica – crea soprattutto danni immediati alla reputazione politica e all’immagine del ministro.

Anche perché le esperienze di monetizzazione del deficit – come in Sudamerica – quando sono state sperimentate in passato non hanno avuto effetti di nota sull’espansione dell’economia bensì hanno alimentato l’espansione dell’inflazione, impoverendo i redditi reali dei cittadini. Dev’essere per questo motivo che non solo la Bce, ma anche la Fed e la Banca del Giappone, non attuano alcuna operazione di monetizzazione del deficit pubblico.