Fed: tutti i vincitori e gli sconfitti

17 Dicembre 2015, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – La fine dell’era dei tassi zero non ha sorpreso nessuno, e nemmeno le parole della numero uno della Federal Reserve sulla forward guidance, ma si tratta comunque di un momento storico e ora mercati ed economia globale entrano in un territorio inesplorato. Nelle sue linee guida Janet Yellen ha assunto un tono ragionevole. Il ritmo dei rialzi in futuro non sarà rapido e mercato, bensì sarà graduale.

Rimane il fatto che siamo in un momento storico. Molti banchieri, trader e analisti sulla trentina erano ancora a scuola quando a dicembre 2008 l’allora presidente della Fed Ben Bernanke dava il via alla politica dei tassi di interesse zero. Significa che sin qui hanno trascorso le loro carriere professionali in quelli che il vice della Fed Stanley Fischer ha definito tempi “ben lontani dall’essere normali”.

Chi ci perde dalla prima stretta monetaria in quasi dieci anni – case automobilistiche, paesi emergenti e i politici incaricati di mettere in sesto il budget federale – ha più di un motivo per iniziare a preoccuparsi. Alcune classi di bond, come quelli societari, e certe banche centrali ne escono invece vittoriose.

A vincere sono indiscutibilmente le altre banche centrali impegnate ancora in una politica ultra accomodante. Tra queste si possono citare la Banca del Giappone, la Bce e la People’s Bank of China, che stanno iniettando fiumi di liquidità nelle loro rispettive economie nazionali.

Secondo Carl Riccadonna, Chief Economist per Bloomberg Intelligence in Usa, la stretta della Fed potenzierà ulteriormente i loro piani di stimolo monetario. I paesi con “bassa inflazione che sono anche grandi esportatori verso gli Stati Uniti” trarranno grande giovamento dal nuovo ciclo di rialzo degli interessi dopo anni di denaro facile.

Anche i bond aziendali e i titoli di Stato Usa a lungo termine ne escono bene. I gestori dei fondi pensione non aspettavano altro, dal momento che un costo del denaro più elevato rende più facile offrire un fondo previdenziale più redditizio ai pensionati. L’anno prossimo i fondi di questo tipo dovrebbero comprare 68 miliardi di dollari di asset del reddito fisso, secondo le stime degli strategist di JP Morgan.

Dal momento che le compagnie di assicurazione investono i premi dei loro clienti con l’obiettivo di assicurarsi contro eventuali perdite fiscali, le società del settore non si possono certo annoverare tra i fan dell’era dei tassi zero. Con i loro investimenti le compagnie che assicurano per esempio contro incidenti domestici guadagnano il 3,1% in media l’anno, il tasso più basso in mezzo secolo di tempo. I ritorni da investimento ora dovrebbero salire, anche se con moderazione, fanno sapere gli analisti dell’agenzia Fitch.

Tra gli sconfitti si possono citare il governo americano, che se i tassi saliranno al ritmo previsto (1% nel 2016 e anche 2% nel 2017) sarà costretto a pagare 2.900 miliardi in più di interessi sul debito nei prossimi 10 anni, stando ai calcoli dell’Ufficio di Bilancio del Congresso e di Dean Baker, condirettore del Centro di Ricerca politica ed economica a Washington.

Da citare anche in questa categoria dei perdenti sono Brasile e Cina. Come se gli scandali politici e la crisi economica non fossero già sufficienti, il governo dovrà ora fare i conti con un indebolimento del real, che spingerà ulteriormente al rialzo i prezzi al consumo che sono già al 10,%. La recessione rischia così di aggravarsi. A Pechino il debito sta crescendo due volte quanto l’economia, un modello che non è sostenibile a lungo termine.

Perdenti risultano anche le case automobilistiche. La stretta monetaria ridurrà la domanda per nuove auto di circa 150 mila unità (1% del mercato) nei prossimi 12 mesi, secondo un sondaggio condotto da J.D. Power che ha intervistato 2.301 americani.

Più difficile invece è calcolare con precisione l’impatto che la mossa storica decisa da Yellen e colleghi all’unanimità avrà su risparmiatori e banche. Chi ha conti correnti risparmio godrà di tassi più alti. I consumatori saranno più propensi quindi a parcheggiare denaro presso le banche.

Allo stesso tempo, tuttavia, come sottolinea a Bloomberg Christopher Whalen, senior managing director presso l’agenzia di rating obbligazionario Kroll, “l’enorme trasferimento di patrimoni dai risparmiatori ai debitori” visto negli ultimi sette anni dovrebbe continuare.

I rendimenti dei fondi comuni, punti di riferimento per pensionati e altri nell’universo del reddito fisso, sono rimasti bloccati vicini allo zero. Nell’ottobre del 2007, dunque prima dello scoppio della crisi subprime, rendevano il 4,79%. I risparmiatori americani non possono quindi essere considerati tra i benefeciari dell’irrigidimento monetario.

Tornando alle banche, con i tassi fermi allo zero, da fine 2008 gli istituti di credito non potevano imporre commissioni alte sui prestiti e guadagnare molto dagli investimenti. I margini sulle attività creditizie sono calati, la crescita del fatturato è diventata stagnante e in generale anche gli utili ne hanno subito le conseguenze. Ora le banche potranno chiedere commissioni più alte.

Allo stesso tempo i tassi più alti hanno un impatto negativo sugli stessi profitti delle banche. Solo alcuni istituti ci guadagneranno. Se gli interessi che le banche devono pagare ai correntisti salgono più in fretta di quello che gli istituti chiedono per effettuare un prestito, allora queste aziende ne uscirebbero sconfitte.

“Sulla carta le banche dovrebbero guadagnarci, ma la storia insegna che non è sempre così”, spiega John McDonald, analista di Sanford C. Bernstein. “Il tempismo ideale e gli effetti dell’innalzamento del costo del denaro sulle attività e risultati delle banche rimane ancora una questione irrisolta. Il dibattito è aperto e infurierà nel 2015 e oltre”.

Un altro calcolo difficile da fare riguarda le materie prime. I cicli positivi e negativi delle commodities durano decenni, pertanto una stretta monetaria non avra un grande impatto sui cali dei prezzi, come osservato da Robert Stimpson, gestore di Oak Associates. In altre parole, almeno su questo Yellen non ha colpe.

Fonte: Bloomberg