Debito pubblico: italiani rischiano patrimoniale

18 Febbraio 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – Per ridimensionare un debito pubblico in continua crescita, gli italiani potrebbero dover pagare di tasca loro un conto salato, subendo una patrimoniale. La misura fiscale una tantum è fortemente impopolare e il governo Renzi ci penserà due volte prima di ricorrere a un intervento drastico del genere.

Ma nel dossier curato a fine gennaio da un gruppo di economisti della Luiss, centro accademico vicino a Mario Draghi, si dice chiaramente che il rapporto tra debito e Pil è destinato a salire in particolare

se si verificassero – come è probabile, dati gli andamenti macroeconomici di inizio anno – un rallentamento dell’economia globale e un tasso di crescita della nostra economia inferiore a quello previsto dalla legge di stabilità per il 2016“.

Inoltre le precedenti finanziarie e leggi di Stabilità che aumentano il deficit producono “finora modesti effetti sui consumi privati, mentre gli investimenti non accennano a ripartire”. Servirebbe quindi qualcosa di straordinario per invertire una pericolosa tendenza.

Dopo essere stato bacchettato dal suo pre-predecessore e senatore a Vita Mario Monti, bastonato dalle previsioni dell’Ocse e travolto dalle critiche della Corte dei Conti, il premier deve vedersela anche con un’analisi al fulmicotone, intitolata “Euro-zona, la responsabilità dell’Italia” che porta la firma tra gli altri dell’ex membro del direttivo della Bce Lorenzo Bini Smaghi e dell’ex ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni.

Taglia alla spesa, privatizzazioni e patrimoniale

Facendo uso del plurale (leggi di Stabilità), il saggio critico degli illustri professori, banchieri e politici è rivolto anche ai governi che hanno preceduto l’amministrazione attuale. Nel dossier si affrontano inoltre “i rapporti fra Italia e Germania e la loro rilevanza per il futuro assetto dell’area Euro“.

Manca un forte segnale di ripresa dell’azione riformatrice nel risanamento dei conti pubblici”, dice la ricerca, in cui si spiega come le clausole di salvaguardia per 35 miliardi di euro dovrebbero essere neutralizzate con tagli alla spesa pubblica.

Forte del sostegno di Ignazio Visco (Bankitalia) e di Draghi (Bce), Renzi per la prima volta ha veramente posto un veto a Bruxelles, quello sull’imposizione di un tetto ai titoli di Stato in pancia alle banche italiane. Ma le privatizzazioni e le riforme intraprese finora e lodate a più riprese dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan non sono giudicate sufficienti a rassicurare le autorità Ue sul rientro di bilancio.

Per scongiurare l’apertura di una procedura di infrazione per deficit eccessivo (“violazione degli obiettivi a medio termine“) da parte di Bruxelles, secondo la ricerca il governo dovrebbe mostrare – all’occorrenza – segnali di buona volontà come le privatizzazionitese a ridurre l’aumento nominale del debito”.

Sin qui nulla di nuovo e di improponibile per il governo. Stando alle dichiarazioni di Padoan è un’operazione che è nelle corde dell’esecutivo, il quale ha già promesso che nel 2017 l’Italia valuterà nuove privatizzazioni. A questa misura va tuttavia accompagnata una patrimoniale, che alla pagina 5 del testo viene descritta come “interventi di natura straordinaria che riducano il profilo del bilancio pubblico” che “devono essere ripresi in considerazione“.