Contagio petrolio: quanto perderanno le banche

22 Marzo 2016, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – I problemi del settore energetico sono noti così come lo sono i rischi di contagio nelle altri parti dell’economia. Quello che è difficile prevedere è invece quanto saranno pesanti le perdite delle banche esposte al business petrolifero in piena crisi. Ci ha provato il Financial Times, che ha cercato di calcolare l’ampiezza dei possibili effetti collaterali.

I danni sarebbero enormi, in particolare per i gruppi nordamericani esposti ai debiti nel gas di scisto e gli istituti del credito europei che devono fare anche i conti con una crisi di fiducia nel comparto. Dall’estate di due anni fa i trader che in Borsa avevano scommesso nel settore energetico hanno perso in totale 2 mila miliardi, mentre tutti coloro i quali hanno investito in obbligazioni 150 miliardi.

È notizia di oggi che le autorità di controllo canadesi hanno lanciato un allarme sullo stato di salute del sistema finanziario nazionale. Secondo i funzionari incaricati della regolamentazione dei mercati le banche canadesi non hanno gli accantonamenti necessari per poter far fronte a un’eventuale aggravamento della crisi del petrolio.

Per l’Uffico canadese del Sovrintendente degli Istituti Finanziari vanno riviste dunque le pratiche contabili per meglio tenere conto del crollo dei prezzi del greggio. Le banche dovranno assicurare di avere le riserve sufficienti in caso di nuovo collasso delle materie prime, il quale sta mettendo in ginocchio l’intera economia dello stato nordamericano.

I prezzi sono risaliti anche sopra i 41 dollari al barile nelle ultime sedute, ma il rally non è destinato a durare, perché i fondamentali restano molto deboli. La domanda presenta rischi al ribasso, mentre l’offerta in eccesso non cessa di calare. Il tutto mentre i paesi membri e non dell’Opec non sono riusciti a trovare un accordo coordinato nemmeno per congelare la produzione, figuriamoci per un eventuale riduzione del numero di barili esportati.

Soltanto due mesi fa, a gennaio, una delle principali fonti di preoccupazioni sui mercati finanziari occidentali era la tenuta del settore bancario europeo. Le banche del continente sono in alcuni casi a corto di capitali, hanno una quota eccessiva di crediti deteriorati in portafoglio (non-performing loans, npl), oppure sono sovraesposte alle attività petrolifere.

Perdite di almeno $100 miliardi

Nel periodo del boom del gas di scisto, le banche non hanno esitato un secondo a finanziare le società americane del settore. Che ora è sprofondato in una crisi profonda. Molte aziende sono state costrette a tagliare le attività e ridurre gli investimenti, mentre altre sono state direttamente liquidate.

Anche se il business del gas di scisto è notoriamente ciclico, nel caso del boom manifestatosi di recente molti nuovi attori sono stati attirati dalle potenzialità di guadagno in America. Sono tanti gli investitori che ci hanno creduto. Il ricorso sfrenato ai prestiti, fenomeno alimentato anche dai tassi di interesse azzerati dalla Federal Reserve, ha fatto il resto amplificando i danni e creando una sorta di bolla creditizia.

Oltre alle sofferenze lorde a bilancio – in Italia sono pari al 18% del Pil nazionale – le banche hanno anche da risolvere un problema da 100 miliardi di dollari, che sarebbe l’ammontare di perdite previste legate al settore energetico.

L’istituto francese Crédit Agricole, per esempio, ha dovuto rassicurare i suoi azionisti, dicendo loro che l’84% dei titoli in portafoglio era giudicato “investment grade”. La banca ha la seconda più grande esposizione al debito energetico di tutto il continente.

I barili di petrolio prodotti ogni giorno in Usa (Immagine: Bloomberg, Aiea)

(Immagine: Bloomberg, AIEA)

Aziende Usa: 4 su 10 vicine al default

Nell’emettere i suoi gradi di giudizio, l’agenzia di rating Standard & Poor’s si basa sul presupposto che i prezzi del petrolio siano pari a 40 dollari al barile in media quest’anno. In questo caso, al 40% delle società di servizi petroliferi e di produzione di greggio in Usa viene assegnato un rating inferiore a B-, un giudizio “molto debole”, come ricorda Thomas Watters di S&P. Significa che quattro gruppi su dieci fanno fatica a restare a galla finanziariamente per mancanza di liquidità a portata di mano.

Anche nei casi in cui le società del credito riescono a ristrutturarsi, le perdite sono pesanti. Quando le imprese del petrolio e del gas fanno crac, ai creditori rimangono gli spiccioli. Quando il gruppo texano Quicksilver Resources ha fatto ricorso all’amministrazione controllata per l’impossibilità di ripagare $2,4 miliardi di debiti, i suoi creditori hanno subito perdite pari a circa 2 miliardi. Si tratta dell’83% del capitale iniziale.

In un allarmante parallelo con la crisi dei mutui subprime, gli investitori stanno vendendo a piene mani i titoli delle banche, che da parte loro stanno emettendo previsioni sempre più pessimiste sulle perdite derivanti dalla crisi petrolifera.

“È una tendenza preoccupante” dice Julie Solar, analista di Fitch Ratings. “Il deterioramento sta accelerando a un ritmo più rapido di quello che era stato preventivato”.

Secondo i calcoli del Financial Times, da quando i prezzi del petrolio hanno iniziato a calare a candela nell’estate del 2014, gli investitori nei bond delle aziende energetiche hanno accusato perdite pari a più di 150 miliardi di dollari. Chi ha puntato invece sui titoli azionari ha perso 2 mila miliardi di dollari.

Fonti: Financial Times, Wall Street Journal