Come previsto il mercato sta impazzendo

15 Dicembre 2015, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – I mercati stanno per impazzire. La volatilità è salita alle stelle tra volumi elevati. L’indice della paura, come viene chiamato, ha sfiorato i 24 punti. Il Dow Jones ha subito variazioni di 420 punti in appena nove minuti. D’altronde  JP Morgan lo aveva preventivato.

L’analista della banca Usa Marko Kolanovic aveva infatti avvertito che ci sarebbero state ‘perdite massicce’ questa settimana. Il motivo, oltre all’atteso rialzo dei tassi che la Federal Reserve annuncerà il 16 dicembre, è la scadenza quasi contemporanea di contratti sul mercato delle opzioni per un valore record i 1.100 miliardi di dollari.

La prima stretta monetaria della Fed dal 2006 rimane il principale catalizzatore dei mercati. Il mercato dà per scontato il rialzo, ma le preoccupazioni sul fatto che la decisione sia un po’ troppo precipitosa in un contesto di turbolenze esterne stanno alimentando il panico. Un analista di Londra ha dichiarato che nelle sale operative si torna a sentire un familiare “odore di paura nell’aria”.

Tra i catalizzatori imminenti, uno dei principali rischi a breve, sottolinea Kolanovic, “è rappresentato dalla riunione di politica monetaria della Fed di dicembre, che dovrebbe imporre il primo rialzo dei tassi di un nuovo ciclo di strette monetarie”.

L’evento particolarmente importante capita in un momento quanto mai inopportuno. Alla chiusura dei mercati venerdì prossiumo scadono infatti opzioni sull’S&P 500 per un valore complessivo di 1.100 miliardi di dollari, una cifra che non si vedeva da diversi anni. Di questi contratti, $670 miliardi sono put. Di questi, $215 miliardi sono in prossimità o sotto ai livelli di mercato attuali tra 1.900 punti e 2.050.

“I clienti che sono lunghi dovrebbero mantenere le loro posizioni fino alle comunicazioni della banca centrale. Ma nel momento in cui la Fed farà l’annuncio quelle opzioni risulteranno in un’unica massiccia stop loss“.

A questo elemento va aggiunto il continuo crollo delle materie prime, che ha già fatto perdere 40 miliardi di dollari ai fondi hedge. Intanto i bond ad alto rendimento sono in preda a un selloff di proporzioni insolite: basti pensare che le perdite accusate in otto delle ultime nove sedute hanno spedito i valori sui minimi testati nelle ore immediatamente successive al crac di Lehman Brothers.

Il costo del denaro in Usa è fermo allo zero dal 2008. Alcuni degli investitori nei bond high yield hanno perso la bussola, con il crollo del petrolio che sta infliggendo un colpo particolarmente duro al debito emesso dalle società energetiche. I Bond americani giudicati CCC dalle agenzie di rating ora rendono il 17% di media, un livello che non si vedeva dal 2009 e che non era stato toccato nemmeno durante il peggiore periodo della crisi del debito europea.

Le Borse, anche in Europa, sono sotto pressione, con il Dow Jones che al momento perde circa 50 punti (Wall Street e nella fattispecie l’indice allrgato S&P 500 ha perso il 3,8% la settimana scorsa, la peggiore delle ultime 16), il listino londinese FTSE 100 cede lo 0,8% mentre il Dax tedesco lo 0,7%. I contratti sul petrolio scambiati sul Brent cedono circa il 2% a $37 al barile, non lontani dai minimi giornalieri di 11 anni. I futures sul Wti, scivolati anche sotto i 35 dollari al barile, sono ai livelli più bassi dal 2009.