Bond: il ritorno dell’inflazione causerà choc tassi

26 Ottobre 2016, di Daniele Chicca

Un numero crescente di investitori teme il ritorno dell’inflazione e con essa la fine della corsa dei Bond sui mercati finanziari. Sostenuti dalle misure di accomodamento straordinarie varate dalla Bce e dalla Banca d’Inghilterra, i bond governativi europei stanno guadagnando terreno ormai da tre decenni, affossando i rendimenti. Ciononostante le economie fanno ancora fatica a rilanciarsi.

Premesso che non è la prima volta nell’ultimo ciclo che i prezzi dei bond si prendono una pausa per tirare il fiato, stavolta potrebbe essere diverso. I trader hanno paura che per alimentare la ripresa si farà sempre più affidamento alle misure di stimolo fiscale, piuttosto che alle manovre ultra accomodanti  che hanno distorto i valori di classi di asset finanziarie come bond e azioni.

Lo strategist di Societe Generale Albert Edwards, noto guru ribassista, sostiene che se è arrivata veramente la fine del mercato rialzista dei bond questo fenomento sarà “probabilmente il cambiamento più importante nell’universo degli investimenti” della nostra vita professionale. A essere convinto che i bond siano destinati a crollare è l’analista e trader Eric Hadik.

Il paradosso, secondo Edwards, è invece che qualora si dovesse materializzare una nuova recessione le banche centrali ricorreranno a nuove manovre di stimolo monetario eterodosse come il Quantitative Easing. In questo caso i rendimenti dei decennali Usa convergeranno con quelli di Giappone e Europa, attestandosi su livelli minimi del -1%. C’è anche chi, come Steen Jakobsen di Saxo Bank, si è spinto a ipotizzare non solo il potenziamento dei vari QE ma anche l’arrivo dell’helicopter money. 

Il ritorno dell’inflazione

Se negli Stati Uniti nell’ultimo anno l’inflazione ha visto un’accelerazione, salendo all’1,5% il mese scorso, ai massimi da ottobre 2014, anche in Germania i prezzi al consumo stanno pian piano aumentando. Mario Draghi è riuscito con le sue misure ad allontanare lo spauracchio della deflazione ma ora deve fare i conti con i rischi rappresentati dall’inflazione dei prodotti non principali e più volatili come energia e cibo.

In Usa per esempio, l’inflazione non core si è posizionata al 2,2% a settembre, dopo il 2,3% di agosto. Malgrado il modesto passo indietro sul mese precedente, la crescita dei prezzi al consumo se si esclusono le componenti energia e alimentari è ormai superiore al 2%, che è l’obiettivo prefissato dalla Federal Reserve. La situazione non è passata inosservata e gli analisti e investitori hanno iniziato a darne conto.

“L’inflazione è di ritorno negli Stati Uniti”, osserva in una nota Thomas Gitzel, chief economist di VP Bank. Gli effetti legati ai prezzi del petrolio, che esercitano una pressione al ribasso sui prezzi, stanno pian piano sparendo. “Questo andamento continuerà nei prossimi mesi”, prevede l’economista, secondo il quale la situazione appena descritta apre la porta a un rialzo dei tassi di interesse a dicembre da parte della Fed.

Lo choc dei tassi era previsto, tuttavia. Secondo gli analisti di BBGI Group, l’inflazione potrebbe diventare il nuovo fattore determinate per il mercato obbligazionario. “Da qualche anno i mercati sono abituati a delle cifre molto basse”, si legge in una nota riguardo all’inflazione. “Ma noi siamo conventi che questo è certamente destinato a cambiare nel 2017”.

Questo perché i fattori endogeni (i salari) e quelli esogeni (il prezzo delle materie prime) potrebbero manifestarsi in contemporanea l’anno prossimo, spingendo gli indici dei prezzi al consumo sopra gli obiettivi delle banche centrali. E non solo in Usa, dove anche se l’aumento delle buste paga non è certo entusiasmante, l’andamento è in ogni modo positivo, per un +2,6% l’anno.

Se le banche centrali dovessero modificare rapidamente le stime sull’inflazione, avverte il gruppo di analisti, “potrebbero provocare nei prossimi trimestri degli choc di tassi significativi nel mercato obbligazionario”. I tassi a lungo termine americani, troppo bassi ai valori cui scambiano attualmente, sono “suscettibili di registrare presto una correzione marcata“, rimontando fino al 2% nei prossimi sei mesi. Ieri i rendimenti dei Treasuries di riferimento quotavano 1,75%.

I rendimenti dei Gilt britannici sono già tornati sui livelli pre referendum Brexit

Il caso dei Gilt britannici

In Europa la situazione non è certamente la stessa, ma comunque “si può osservare un fenomeno di ripresa dell’inflazione“, scrive sempre BBGI Group, ricordando che la Bce prevede un aumento dei prezzi al consumo dell’1,2% l’anno prossimo. Come in Usa, l’obiettivo delle autorità dell’Eurozona è quello del 2%.

Un esempio ancora più lampante lo offre poi il Regno Unito, dove i rendimenti dei Gilt sono già tornati sui livelli pre referendum sulla Brexit. I timori del mercato circa un indebolimento dell’economia britannica sono stati ingigantiti dalle ultime dichiarazioni del premier Theresa May, secondo cui Londra finirà per staccarsi in maniera definitiva dall’Unione Europea, e dagli ultimi dati sui prezzi al consumo. L’indice Cpi è balzato ai massimi di 22 mesi a settembre, quando ha raggiunto l’1%.

E pensare che fino a quest’estate i tassi sui bond britannici erano in una fase decisamente calante. Dall’1,01% toccato nel giorno del referendum sulla Brexit, i rendimenti erano scivolati fino ai minimi assoluti dello 0,52% il 12 agosto.

A influire su questo andamento nel mercato obbligazionario erano state anche le decisioni della Banca d’Inghilterra, che ha tagliato per la prima volta in sette anni i tassi di interesse. Il costo del denaro è sceso dallo 0,5% allo 0,25% e la portata del programma di acquisto di bond è stata alzata a 70 miliardi di sterline al mese.