Consob: mercati non mentono, paura crac euro è reale

8 marzo 2017, di Daniele Chicca

I mercati non mentono e quelli dei Cds, i contratti per assicurarsi contro un eventuale default del debito, dicono che i timori di una spaccatura dell’area euro sono aumentati negli ultimi tempi, visto anche il contesto politico incerto nell’anno delle Superelezioni.

La Francia è il paese osservato speciale in questo senso visto che la candidata anti europeista Marine Le Pen ha qualche possibilità di vincere alle presidenziali di aprile-maggio, 5% secondo i sondaggi ma anche fino al 20% secondo gli analisti di Citigroup. L’Italia non è tuttavia da meno. Il rischio di elezioni anticipate è tuttora alto e l’economia deve sempre fare i conti con livelli di debito pubblico e privato enormi, e un settore bancario ancora non risanato completamente.

La moneta unica è ben poco popolare in Italia, un paese che non cresce da una ventina d’anni. Soltanto il 41% dei cittadini considera l’euro una “buona cosa” per la nazione, mentre il 47% è convinto che sia una “cattiva cosa”. Sono i risultati emersi dall’ultimo sondaggio condotto da Eurobarometer.

A lanciare l’allarme è Marcello Minenna, a capo della divisione di Analisi Quantitativa e di Innovazione Finanziaria presso la Consob. Sul Financial Times il professore della Bocconi mette in evidenza come la divergenza tra due tipi di contratti Cds (Credit default swap) sia la prova di un intensificarsi delle tensioni sui mercati.

Due tipologie di Cds coesistono al momento: il vecchio ISDA 2003 e il nuovo ISDA 2014. Da quanto è attivo, quest’ultimo ha scambiato sempre a uno premio di rischio maggiore rispetto alla precedente versione del 2003, ma la differenza (“ISDA basis”) è sempre stata irrisoria: 15-20 punti base per l’Italia, 8-12 punti base per la Spagna e appena 2-4 punti base e 1-2 per Francia e Germania.

L’ampiezza dello spread tra i due tipi di Cds rispecchia il rischio percepito e anche la potenziale perdita di valore nel caso di un ritorno alla valuta nazionale. Il differenziale si sta nettamente ampliano nell’ultimo periodo. Nel grafico sotto riportato si vede bene come il fenomeno in Italia sia particolarmente accentuato: in febbraio la differenza tra i Cds 2014 e i Cds 2003 è raddoppiata da 20 a 40 punti base.

Ma in Francia il fenomeno assume proporzioni ancora più esagerate: a febbraio lo spread è salito da 3 a 24 punti base. Se da un certo punto di vista l’Isda basis è ancora relativamente basso in termini assoluti, dall’altro il netto ampliamento mostra come i trader si rendano conto dell’incremento dei rischi con l’avvicinarsi del voto e dopo le sorprese di Brexit e Trump. Lo spread è cresciuto di ben otto volte in un solo mese di tempo.

Cresce paura rottura area euro

Un altro modo di quantificare il pericolo di una rottura dell’area euro è quello di guardare alla differenza di andamento tra i Cds denominati in euro e quelli in dollari, ritenuti più sicuri della controparte europea. Si chama “Quanto spread” e dà la differenza tra i prezzi dei due contratti ISDA-2014 per assicurarsi contro un default del credito. In Francia l’incremento registrato a inizio 2017 è netto.

“I mercati non mentono. Gli investitori istituzionali forse sperano di ottenere qualcosa di speciale da Le Pen. I tedeschi, terrorizzati dalla reflazione, potrebbero sollecitare la Bce a interrompere il piano di Quantitative Easing e ad arginare la crescita dei debiti accumulati dai paesi meno virtuosi nel sistema dei pagamenti interbancari Target2. L’Italia deve evitare di rimanere con la pagliuzza più corta in mano”.

Le sfide sono tante e le divergenze di posizione dei grandi big dell’Eurozona pure. Il professore della Bocconi si domanda se i leader saranno all’altezza.

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