Spread, perché è sceso nelle ultime settimane

25 Settembre 2020, di Massimiliano Volpe

Nelle ultime settimane lo spread Btp/Bund, il termometro che misura l’affidabilità economica degli Stati in zona euro, è sceso intorno ai 134 punti, valori che non si vedevano almeno dallo scorso mese di febbraio mentre il rendimento del titolo decennale italiano si è portato allo 0,80%, uno dei livelli più bassi della sua storia.

Si tratta di un trend inatteso da molti viste le fosche previsioni per l’economia italiana che secondo le ultime stime di S&P dovrebbe registrate nel 2020 una frenata nell’ordine dell’8,9 per cento mentre il rapporto debito pubblico/Pil dovrebbe arrivare al 159% entro la fine dell’anno secondo le previsioni della Commissione europea.

Ma cosa è successo quindi sui mercati? Ad incidere sulla flessione del differenziale tra i Btp e Bund tedeschi hanno contribuito numerose variabili. Quelle che pesano di più sono sicuramente le misure di sostegno intraprese dalla Bce e dall’Unione europea per fare fronte ai contraccolpi legati all’emergenza coronavirus.
Ma non solo. Negli ultimi giorni ha contribuito di certo anche l’esito delle elezioni regionali e del referendum che ha allontano il rischio di instabilità politica e di nuove elezioni.

Per lo spread fondamentale l’aiuto della Bce

Proprio per contenere gli spread sui mercati obbligazionari ed evitare il collasso dei Paesi più indebitati come l’Italia, dal mese di marzo la Bce ha avviato un piano straordinario di acquisti di titoli di Stato legato all’emergenza sanitaria, il cosiddetto Pepp (Pandemic Emergency Purchase Programme) da 1.350 miliardi di euro che sarà attivo fino alla fine del giugno 2021 e in ogni caso fintantoché il consiglio direttivo non giudichi conclusa la fase di crisi-coronavirus.
Il reinvestimento dei titoli a scadenza permarrà almeno fino alla fine del 2022.
Gli acquisti della Bce contribuiscono a ridurre lo spread perché alzano i prezzi dei titoli acquistati e di conseguenza ne riducono i rendimenti.
Ma non è tutto. Questa misura straordinaria si aggiunge al piano di quantitative easing già avviato in precedenza dall’Eurotower che prevede acquisti mensili di titoli di Stato ad un ritmo di 20 miliardi di euro.
Per capire l’importanza di queste misure basti pensare che secondo alcune stime la Bce entro fine anno potrebbe avere fino al 27% del debito italiano in circolazione (circa 580 miliardi di euro).

Un aiuto anche dal Recovery fund

Come hanno evidenziato gli analisti di MFS sul calo del differenziale ha contribuito anche l’approvazione lo scorso 21 luglio da parte del Consiglio europeo del Recovery fund che mette a disposizione dell’Italia 209 miliardi di euro per realizzare nuovi investimenti nel settore del digitale dell’economia green.
Il Fondo per la Ripresa erogherà queste risorse tra il 2021 e il 2023, e rimarrà in vita fino al 2026 mentre il rimborso del denaro preso a prestito dovrà iniziare dal 2027. Secondo quanto stimato dalla Banca d’Italia il contributo addizionale per l’economia italiana dovrebbe essere compreso tra l’1,5 e il 3% del Pil entro il 2025.

Ritrovata stabilità politica

Da ultimo alla flessione dello spread ha contribuito anche l’esito delle recenti elezioni regionali e del referendum che secondo quanto evidenziato da Equita Sim hanno consolidato la coalizione di governo riducendo ulteriormente gli scenari di nuove elezioni.
Come hanno evidenziato da Mps Capital Services, nei primi giorni della settimana si sono intensificati gli acquisti sui titoli governativi dopo i primi exit pool che indicavano un risultato favorevole alla tenuta del governo Conte. Gli esperti non vedono quindi rischi per la tenuta del Governo non si aspettano quindi impatti rilevanti su Btp e spread.

Cosa aspettarsi per il futuro dello spread

Non serve molta immaginazione per capire che l’andamento dello spread rimane vincolato alla mosse della Bce che potrà decidere di proseguire anche in futuro gli acquisti dei titoli di stato. Ma fino a quando?
In una recente intervista a Wall Street Italia Carlo Cottarelli, direttore dell’osservatorio sui conti pubblici ha sottolineato che la nuova liquidità arrivata sui mercati grazie agli acquisti della Bce al momento non ha creato inflazione.
Il motivo non è chiaro ma è possibile ritenere che dipenda soprattutto dal fatto che gli istituti di credito hanno preferito mantenere in casa la liquidità piuttosto che concedere nuovi finanziamenti alle imprese. Fino a quando il settore privato manterrà volontariamente elevati livelli di liquidità, il finanziamento monetario dei deficit pubblici, già in corso dal 2015, non avrà conseguenze inflazionistiche.
Se invece la liquidità esistente nel sistema venisse mobilizzata in modo massiccio nel medio periodo, ad esempio attraverso il canale del credito bancario, potrebbero a quel punto insorgere problemi.
A quel punto la Bce si troverebbe costretta a vendere sul mercato i titoli italiani e degli altri Paesi europei per assorbire l’enorme liquidità creata negli ultimi anni. In una situazione del genere i tassi di interesse sui titoli di Stato italiani tornerebbero a crescere e il peso del maggiore debito pubblico si farebbe sentire in modo più evidente.
Con inevitabili ripercussioni negative sullo spread.

Insomma la salvezza passerà sempre dall’Eurotower di Christine Lagarde ma questo non potrà non avere per l’Italia delle ripercussioni sul piano politico, economico e finanziario.