Rialzo tassi Fed: gli asset più a rischio

15 Marzo 2017, di Daniele Chicca

Con un nuovo rialzo del tasso di riferimento della Federal Reserve che viene ormai dato per scontato al 90-100% dai mercati finanziari, gli investitori preferiscono concentrarsi su quello che la banca centrale ha da dire durante la conferenza stampa successiva alla riunione di politica monetaria del braccio FOMC della Fed.

L’appuntamento è alle 19 italiane per la decisione sui tassi e una mezz’ora dopo per l’intervento di Janet Yellen. Durante il briefing di stasera il nervosismo sui mercati è destinato a salire in orbita. Si prevede un incremento del costo del denaro di 25 punti base, che riporterebbe i tassi in range 0,75% -1%, ma soprattutto un cambio di passo nella strategia della Fed. Il rialzo dei tassi dovrebbe essere seguito da altre due strette monetarie quest’anno, secondo le previsioni della stessa Fed.

Mohamed El-Erian, consulente di Allianz ed ex Ceo di Pimco, prevede che ci saranno almeno tre strette monetarie quest’anno, in un ciclo di rialzo dei tassi decisamente spedito rispetto al passato. Secondo gli analisti di JP Morgan la Fed alzerà i tassi quattro volte quest’anno e non tre come previsto. Se la Fed alzerà i tassi oggi, si tratterebbe della prima volta dal 2006 in cui la banca centrale apporta due irrigidimenti monetari nell’arco di appena tre mesi.

Il pericolo di un passo così sostenuto di rialzo dei tassi in Usa è più che altro per bond e mercati emergenti. Il consiglio degli esperti per chi ha bond in portafoglio, nell’ottica di vedere un ciclo sostenuto di rialzi dei tassi nel 2017, è quello di detenere il più possibile titoli nella parte breve della curva, dal momento che le obbligazioni a breve termine sono meno sensibili ai rialzi dei tassi. Per offrire un esempio concreto, la CNBC cita il caso del Vanguard Total Bond Market Index, il maggiore fondo obbligazionario americano per numero di asset. Esso ha una durata media di sei anni: significa che se i tassi Usa salgono dell’1%, il fondo potrebbe perdere fino al 6%.

Con la Fed che si appresta a premere sull’acceleratore nel processo di irrigidimento monetario, non è un caso che le banche abbiano improvvisamente praticamente smesso di emettere debiti. Il fatto che il credito si stia rapidamente congelando, significa probabilmente che i banchieri stanno cercando di prepararsi all’evento svolta.

Goldman Sachs taglia rating sulla Borsa

Oltre al reddito fisso un’alta asset class che potrebbe indebolirsi, rispetto all’andamento molto positivo degli ultimi tempi per lo meno, secondo le stime degli analisti di Goldman Sachs, è l’azionario globale. Il giudizio sui titoli di Borsa è stato infatti rivisto al ribasso a Neutral dalla banca nei prossimi tre mesi.

Danilo Rambaudi, blogger e asset allocation manager, si è chiesto come si comporteranno in un simile scenario di rafforzamento del biglietto verde e di aumento del costo del denaro i paesi più indebitati in dollari Usa, come i mercati emergenti. La sua è una provocazione, ma potrebbe facilmente cogliere nel segno.

“Dal 2004, i paesi emergenti hanno avuto un incremento a livello corporate di debiti pari a 7 volte”, scrive sul sito InterMarket And More. “Siamo passati da circa 250 miliardi a 1750 miliardi, dei quali in buona parte sono debito oggi considerato high yield che quindi sarà molto più sensibile al cambiamento di tendenza dei tassi del dollaro Usa”.

Fed: dipende tutto dai salari

Come sanno bene gli operatori e commentatori di mercato, per giustificare il rialzo dei tassi la Fed cita la ripresa solida dei consumi in America, che costituiscono circa due terzi della prima economia al mondo. Quando i salari sono alti, gli americani hanno soldi da spendere. Gli stipendi orari medi dell’ultimo report occupazionale mensile hanno però in parte disatteso le aspettative. È l’unico fattore che realisticamente potrebbe spingere il board della Fed a rimandare la stretta monetaria.

In febbraio, il primo mese completo di Donald Trump alla guida del paese, i salari sono aumentati del 2,8% su base annuale ma hanno fatto peggio del previsto su base mensile. Se poi i salari vengono allineati all’inflazione, i numeri non sono così positivi. Su base annuale, la media dei salari settimanali reali è calata per la prima volta dai primi del 2014 (vedi grafico sotto).

È probabile che tali cifre macro, seppur deludenti, non saranno sufficienti a impedire alla Fed di alzare i tassi di interesse, ma potrebbero rappresentare un problema se si rifletteranno in un rallentamento dei consumi e di riflesso dell’attività economica americana. Anche perché un rialzo dei tassi non contribuirà di certo a rendere migliore la situazione.