Referendum, bruciano Btp a lunga scadenza

17 Novembre 2016, di Daniele Chicca

Un mese dopo la sua emissione, il titolo di Stato a lunga scadenza viene snobbato completamente dagli operatori di mercato. Quando mancano poco più di due settimane al referendum costituzionale, che alla luce degli ultimi sondaggi dovrebbe sancire la sconfitta del governo, i mercati iniziano a punire l’Italia e il suo debito pubblico.

Il Btp a 50 anni è una delle vittime sacrificali delle paure legate all’aprirsi di una crisi politica nella terza economia dell’area euro. I titoli del debito sovrano italiani pagano anche il momento di crisi dei mercati del reddito fisso, sotto stress per via delle politiche promesse dal presidente eletto americano Donald Trump che potrebbero portare a una reflazione.

Sul primario i Btp a 30 anni rendono ormai più del 3%, tanto da spingere alcuni osservatori come l’economista ed ex direttore generale del Tesoro Antonino Galloni, a parlare di un imminente attacco speculativo contro l’Italia. I prezzi del debito governativo a consegna più lontana del tempo, il 50 anni, sono scesi del 14% da quando sono stati collocati per la prima volta a inizio ottobre. La variazione negativa equivale a una perdita netta di 140.000 euro per ogni milione comprato dagli investitori.

La svendita dei bond giunge a ridosso del referendum sulle riforme costituzionali su cui il governo Renzi si gioca molto. In caso di vittoria dei No al disegno di legge già approvato dal parlamento ma  senza la maggioranza dei due terzi necessaria per evitare il ricorso alla conferma tramite voto popolare, dopo il 4 dicembre il premier potrebbe trovarsi costretto ad avviare un rimpasto di governo e forse si potrebbe persino arrivare alle sue dimissioni.

Convinto di avere il popolo dalla sua parte, Renzi ha compiuto l’errore di legare l’esito del voto al suo futuro politico. Ma quasi tutti gli altri partiti si sono detti contrari alla riforma dei primi cinque titoli della Costituzione (leggi documento Camera) che tra le altre cose porterà all’abolizione delle province e alla fine del bicameralismo perfetto, assegnando i seggi del Senato ai rappresentanti regionali (consiglieri e sindaci scelti dai partiti) e non più senatori eletti dai cittadini.

Anche se restano numerosi gli indecisi, gli ultimi sondaggi danno i No in vantaggio di 5-7 lunghezze. Il premier italiano ha ricevuto buone notizie dal fronte economico in settimana, con il Pil che è cresciuto dello 0,3% nel terzo trimestre, un’accelerazione più sostenuta di quella realizzata da Germania e Francia. A incoraggiare sono soprattutto i dati in miglioramento su domanda interna e produzione industriale.

Ma per la stragrande maggioranza degli italiani, e degli economisti, la ripresa è ancora troppo fiacca. Renzi, che sta facendo un paio di comizi al giorno nella speranza di recuperare voti nelle piazze, ha ammesso che il mercato obbligazionario riflette la paura legata a una sua eventuale sconfitta al referendum, che potrebbe portare alle sue dimissioni e al collasso della coalizione di governo tra centro sinistra e alcune forze moderate centriste, come Alfano.

Il Btp a 50 anni ha perso il 14% nel suo primo mese di vita.