Oro: offerta si sta esaurendo, Russia e Cina in azione

15 Marzo 2018, di Daniele Chicca

Mentre una serie di paesi europei sta ordinando il rimpatrio di oro custodito all’estero, in un’azione coordinata che rischia di compromettere le potenzialità del dollaro, riserva valutaria mondiale di riferimento, l’offerta globale di oro si sta riducendo. Di riflesso gli investitori prevedono un incremento dei prezzi sui mercati, che vada a braccetto con un’espansione della domanda globale. L’anno scorso l’offerta del bene rifugio per eccellenza è calata a un ritmo che non si vedeva dal 2008.

La Cina, il maggiore produttore di oro al mondo, ha estratto dalle sue miniere 453 tonnellate del metallo prezioso due anni fa. Nel 2017, la produzione è calata del 9% e il trend al ribasso è destinato a continuare secondo le stime. Se sarà così la crescita della domanda mondiale di oro è una certezza.

Quegli investitori e quelle banche centrali che non vogliono affidarsi al dollaro, la cui forza è messa seriamente in dubbio dall’accendersi delle tensioni commerciali, vorranno incrementare le riserve di oro, piuttosto. In Cina, poi, i nuovi ricchi possono ora permettersi di comprare oro fisici o per mettere al sicuro i propri risparmi.

L’oro che si trova in Cina viene venduto solo internamente e non viene esportato. Se l’offerta cinese si ridurrà oltre, anche le stesse autorità di Pechino cercheranno di comprarlo altrove. Una parte del piano economico cinese prevede il ridimensionamento del dominio del dollaro e una maggiore fiducia nello yuan.

Il dollaro ha dominato i mercati valutari mondiali per oltre 40 anni, ma ora Cina e Russia vogliono mettere fine all’impero del biglietto verde. Per farlo stanno aumentando le loro riserve auree e diminuendo la loro esposizione al debito governativo Usa. La svendita di Treasuries Usa sul mercato sta alimentando l’incertezza politica.

Negli scambi commerciali tra loro, Russia e Cina intendono usare valute legate all’oro per effettuare pagamenti di beni e altri prodotti. Questo rende l’oro una materia prima di rilievo per entrambi i paesi. Il tutto avviene mentre paesi come Germania, Ungheria, Paesi Bassi, Lettonia, Lituania e altri stati Ue stanno rimpatriando sempre maggiori quantità di oro.

La Cina potrebbe teoricamente mettersi a importare oro per poter soddisfare la sua domanda interna. Ma l’offerta a disposizione di oro non è infinita. Il fatto che sia una risorsa di cui c’è un numero limitato in offerta, crea un appeal addizionale, un po’ come avviene per il Bitcoin. Negli ultimi 15 anni, le quantità di oro fisico custodito nel mondo si sono deteriorate, e trovare altri lingotti da detenere è diventato sempre più raro.

Azioni banche centrali stanno limitando rialzi dell’oro

Ma se l’offerta ha raggiunto sul serio il suo picco, perché sui mercati non si sono ancora visti rialzi consistenti? Per via delle manovre delle banche centrali, dicono gli analisti. Le banche centrali sono notoriamente molto attive sul mercato dell’oro.

“L’oro ha subito una flessione alla fine della scorsa settimana, poiché le tensioni commerciali e geopolitiche sembravano essersi attenuate a seguito dell’annuncio del Presidente Trump riguardante il fatto che gli alleati, come Canada e Messico, sarebbero stati esentati dalle misure controverse proposte per imporre dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio verso gli Stati Uniti”, osserva in un report Névine Pollini, Senior commodity analyst di Union Bancaire Privée (UBP).

Simultaneamente, sul Forex il dollaro si è rafforzato in seguito alla notizia che il presidente nordcoreano Kim Jong Un e Donald Trump potrebbero incontrarsi entro maggio e che il primo ha promesso di sospendere i test nucleari e missilistici. Visto il trend dei fondamentali economici dell’oro, questo andamento potrebbe presto invertirsi, tuttavia.

Sull’oro ha pesato anche, evidenzia Pollini, “l’ultimo incontro della BCE. Nonostante la banca centrale abbia lasciato invariati i tassi e il suo programma di QE, la BCE ha rimosso la sua forward guidance sul QE, che dichiarava che l’istituto “… è pronto ad aumentare il programma di acquisto di asset in termini di dimensioni e/o durata, se necessario”, ma ha mantenuto una posizione prudente, dichiarando che avrebbe seguito l’evoluzione dell’euro e potrebbe adattare la sua politica, se necessario, ad esempio nel caso di un rafforzamento della valuta comune, che modificherebbe in modo significativo il suo scenario inflazionistico; la forward guidance sui tassi cambierebbe quindi di conseguenza”.

Per il momento, l’aumento delle aspettative di un rialzo dei tassi d’interesse statunitensi e dei rendimenti obbligazionari, che a fine febbraio hanno raggiunto i massimi quadriennali, ha pesato sul metallo giallo, soprattutto a seguito degli ultimi forti incrementi dei non-farm payroll.

Inoltre, sottolinea sempre l’analista, la prova di atteggiamento “falco” di Jerome Powell relativamente a crescita economica e inflazione del 27 febbraio, unitamente alla pubblicazione dei verbali della riunione della Federal Reserve del 30-31 gennaio, hanno mostrato che i membri erano fiduciosi circa la necessità di continuare ad alzare i tassi d’interesse.

Un numero crescente di osservatori prevede la possibilità di quattro aumenti dei tassi d’interesse per quest’anno invece dei tre precedentemente attesi, e questo potrebbe iniziare già in occasione della riunione del FOMC di questo mese (21 marzo). Il mercato dei futures dei Fed fund, tuttavia, prezza ancora solo tre aumenti.