Mercati, tutte le cose che potrebbero andare storte nel 2019

5 Febbraio 2019, di Daniele Chicca

Ci sono 14 cose che potrebbero andare storte e rovinare il portentoso inizio d’anno per i mercati azionari. Le ha messe in fila lo strategist della banca JP Morgan Adam Crisafulli.

A gennaio i principali indici della Borsa americana hanno recuperato quasi tutte le perdite accumulate in dicembre, ma c’è una lunga serie di scenari in cui i listini dell’azionario potrebbero tornare a imbeccare la strada dei ribassi.

Gli investitori dovrebbero stare attenti, in quanto ci troviamo davanti a un periodo particolarmente difficile da decifrare per le Borse. Per questo vale la pena conoscere i principali ‘cigni grigi’ di mercato su cui tenere alta la guardia.

Mercati 2019: i 14 cigni grigi di JP Morgan

  • L’ottimismo dei mercati sulla Fed colomba non riesce a penalizzare dollaro e Treasuries Usa ultimamente. A un certo punto la curva dei rendimenti obbligazionari si irripidirà e il dollaro si indebolirà ulteriormente. Se ciononostante i rendimenti dei titoli di Stato iniziano a scendere o ancora peggio se la curva si appiattisce e se il biglietto verde rimane forte, l’economia potrebbe risentirne.
  • La crescita si indebolisce. Questo scenario prevede una frenata degli Usa un’aggravarsi della situazione in Europa e La Cina che non riesce a stabilizzarsi. Sembra improbabile al momento visto che l’America è in salute e la Cina ha varato misure per rilanciare l’attività. La mina vagante rimane l’Europa.
  • Usa e Cina non trovano un’intesa per mettere fine alla guerra commerciale e tecnologica. Donald Trump potrebbe sempre imporre nuovi dazi dopo il primo marzo, data in cui scade il cessate-il-fuoco tra le prime due potenze mondiali. Ma pare un’ipotesi molto difficile e tutto fa pensare a una distensione tra Washington e Pechino. La questione più difficile da pronosticare resta quella riguardante i dazi Usa attualmente in vigore: sono rimossi immediatamente o vengono mantenuti per tenere “a bada” i cinesi?
  • Trump aumenta la pressione sull’Eurozona e le auto. Citando minacce alla sicurezza nazionale, il Dipartimento del Commercio dovrebbe lasciare mano libera a Trump per imporre dazi sull’industria. Ma sembra improbabile che la Casa Bianca lo faccia veramente. Non sembra che sia uno dei piani dell’agenda di Trump da qui al 2020.
  • Le stime sulle trimestrali societari continuano a calare. Il consensus nel 2019 è in calo da circa 178 dollari di EPS nel periodo ottobre novembre al $172-173 di adesso. Un numero pari a $172,50 è sufficiente a sostenere l’indice S&P 500 ai livelli attuali, ma se dovesse scivolare ancora, ovviamente sarebbero guai per l’indice allargato della Borsa americana.
  • Si sgonfiano i rialzi dei titoli FAANG, quelli mega capitalizzati del settore hi-tech che hanno trainato il mercato negli ultimi mesi. Non sarebbe scioccante assistere a un calo del comparto, visti i portentosi rialzi degli ultimi anni che hanno consentito al comparto di realizzare performance migliori di quelle della concorrenza. Ma sarebbe una brutta batosta per l’indice S&P 500 visto quanto pesano nel paniere Apple, Amazon, Google, Facebook, Microsoft e Netflix. Un simile contesto favorirebbe ciclici e mercati emergenti.
  • Gli investitori potrebbero diventare più sensibili a quelle che sono le valutazioni (alte) di Borsa e i rapporti P/E. Secondo l’analista non è detto che l’indice riesca a superare quota 16 volte l’EPS stimato (2.750 punti), ma alla luce di quello che sappiamo ora, è più facile che scambi in area 2.800 piuttosto che 2.600.
  • A Washington si gioca un’altra battaglia sul tetto del debito con rischio di crisi politica tra Casa Bianca e Congresso e nuovi disagi dopo lo shutdown più lungo della storia usa.
  • Il report del procuratore speciale Mueller inguaia Trump. Stando alle ultime indiscrezioni dei media a metà febbraio si conosceranno i risultati dell’indagine di Mueller – Repubblicano ex direttore dell’FBI – sul Russiagate. Per ora sembra in ogni caso che sarà deludente. E che non dovrebbe portare a un impeachment o a problemi legali per Trump.
  • La Fed tenta di ricalibrare le attese di mercato sulle strette monetarie e la riduzione del bilancio. Ora come ora l’azionario prezza una pausa del ciclo di rialzo dei tassi e di Quantitative Tightening. Se le cose cambiaano i trader rialzisti potrebbero rimanere delusi. Se i dati macro continuano a essere buoni e se Wall Street allunga, le chance di un altro rialzo del costo del denaro saliranno e bisognerebbe vedere se sarà un grande problema o no per le Borse.
  • Brexit è “hard” e disordinata. Le chance sono basse visto che la scadenza del 29 marzo sarà con tutta probabilità spostata a  luglio. Inoltre nessuno dei due campi (Londra e Bruxelles) vuole un no deal.  Quella di New York dovrebbe essere tuttavia tra le Borse meno impattate negativamente da questo scenario “catastrofico”.
  • L’offerta di greggio torna a salire e i prezzi di petrolio a collassare. Il legame tra Borse e petrolio è molto stretto e un indebolimento del Brent comprometterebbe anche andamento di Wall Street e altre piazze finanziarie. I rischi che la produzione aumenti ci sono. Per esempio per via di un disaccordo in seno all’Opec e di un cambio della guardia al potere in Venezuela. Ma prima della riunione del 17-18 aprile dell’Opec difficilmente ci saranno grandi novità e il petrolio dovrebbe scambiare in trading rane. Ad aprile (fine del mese) scadono anche le sanzioni contro l’Iran e non si sa quali misure verranno confermate.
  • Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2020 gli investitori americani sono sempre più nervosi sul futuro delle normative fiscali. Il deficit in continuo rialzo e la sempre maggiore popolarità di un incremento del carico fiscale per chi guadagna di più rischiano di comprometter la fiducia dei mercati. Ma probabilmente non sul breve termine.
  • Draghi viene rimpiazzato da un suo collega molto più “falco” di lui o qualcuno che innervosisce i mercati per altre ragioni.  Draghi se ne andrà tra nove mesi (a ottobre) e sembra molto improbabile che la Bce voglia sconvolgere i mercati con scelte a sorpresa o nomine rischiose. La domanda più importante da farsi piuttosto è: la Bce imporrà una stretta monetaria quest’anno o forse non ci saranno mai rialzi dei tassi. L’era del denaro facile e dei bazooka monetari sembrava conclusa, ma le ultime difficoltà economiche e un’inflazione tiepida hanno ridotto le chance di un rialzo dei tassi nel 2019.