L’Italia è veramente la nuova Grecia?

21 Gennaio 2016, di Daniele Chicca

LONDRA (WSI) – L’Italia e le sue banche rischiano di diventare il nuovo caso Grecia nell’area euro. Iniziano a chiederselo in tanti dopo il massacro subito dai titoli del settore finanziario italiano in Borsa nelle ultime sedute, in parte conseguenza anche del nuovo regime del bail-in entrato in vigore nel 2016.

MPS ha perso il 57% del suo valore di capitalizzazione in gennaio. Il problema è che la fuga di capitali non riguarda solo l’istituto di Siena e Banca Carige, due degli istituti finanziariamente più fragili del nostro paese, ma interessa anche i gruppi più solidi come Unicredit, secondo gruppo per capitalizzazione di mercato e primo per giro d’affari.

I titoli Unicredit hanno perso il 6% ieri e il -27% dall’inizio dell’anno. Anche se la prima settimana o due sono state storicamente tra le pìu dure di sempre per tutti i mercati azionari del mondo, le banche italiane sono messe all’angolo. È partita una fuga dall’Italia, non solo dai titoli azionari. Anche i bond bancari hanno subito perdite consistenti.

Alcuni hanno iniziato a speculare che si tratti indirettamente di un attacco alle autorità italiane, dopo che il governo ha osato sfidare i padroni d’Europa chiedendo una revisione delle politiche di accoglienza dei migranti e concessioni in materia di deficit e debito, approfittando dello choc generato nell’opinione pubblica dagli attentati di Parigi.

Il premier Matteo Renzi si è preso dell’irresponsabile. nei seggi parlamentari europei, con il Partito Popolare Europeo che ha accusato di favorire i populismi e minare la credibilità del progetto Ue.

Un possibile esito della crisi attuale, aggravata dall’incremento costante dei crediti deteriorati in portafoglio, ormai sopra i 200 miliardi di euro, potrebbe essere il fallimento di alcuni istituti più deboli, quelli che non riusciranno a partecipare al risiko delle popolari.

Le principali banche italiane potrebbero unire le forze per salvare il Monte dei Paschi, istituto di credito un tempo illustre nonché il primo a nascere nel mondo. Rimettere in sesto “la mela marcia”, secondo il Telegraph, ridurrebbe le preoccupazioni degli investitori nei confronti del settore nel suo complesso.

AD Viola nega l’evidenza

L’amministratore delegato di MPS, Fabrizio Viola, sostiene che la banca non sia nei guai dopo i due aumenti di capitale varati di recente, sottolineando come i ricavi stiano migliorando e i costi scendendo. I livelli di sofferenze iscritti a bilancio rimangono molto alti, tuttavia, è rendono difficile l’opera di pulizia dei libri contabili delle banche da parte dei manager del comparto.

Il tasso medio Texas (che mette a confronto i prestiti a rischio inesigibilità con i cuscinetti di capitale) delle banche italiane è del 105%, una percentuale molto più elevata del livello di poco superiore al 50% che si trova in media in Eurozona.

Inutile dire che le stime degli analisti sono allarmanti. Un’analisi condotta da Bloomberg ha evidenziato come i Non Performing Loans del Monte dei Paschi siano pari a circa un terzo degli asset iscritti a bilancio. Per Banca Carige la percentuale tocca il 27,4% mentre per Banco Popolare il 26,2%.

Anche dopo tutti i massicci aiuti forniti dalle banche centrali negli ultimi anni e dopo una serie di misure per favorire gli accantonamenti per coprire le eventuali perdite subite con i crediti deteriorati, le banche italiane non sono riuscite a ripulire i bilanci. E ora si trovano al centro di una nuova crisi, tutta italiana.

Addirittura per il mercato dei derivati i bond subordinati di MPS sono rischiosi come i bond ellenici. Lo dicono i prezzi elevati dei Cds, i contratti di default swap che servono per assicurasi contro l’eventualità di un default del sottostante. Il mercato percipisce come imminente il rischio che la banca non riesca a ripagare i debiti subordinati ai creditori. Sui titoli senior, invece, il rischio è alto ma non imminente.

“Meglio stare alla larga dalle banche italiane”

Nel frattempo i bond subordinati delle banche italiane sono in continuo calo, con i rendimenti che hanno fatto un balzo arrivando fino al 6,18% di media, secondo un’analisi condotta da Skipper Informatica che calcolava i valori fino alla seduta di lunedì 18 gennaio. Un mese prima il tasso medio era del 4,684%.

Molti titoli quotati stanno diventando pericolosamente illiquidi, poi, come dimostra l’andamento della forchetta bid-ask, lo spread tra prezzo offerto all’acquisto e prezzo richiesto alla vendita. Il differenziale, che serve a misurare la liquidità relativa delle emissioni, è sceso nello stesso arco di tempo a quota 0,65 da 0,86.

Se alle condizioni critiche appena citate si aggiunge il fatto che la crescita economica è ancora fiacca in Italia e che il contesto esterno è fragile, è normale capire i motivi per cui gli investitori preferiscano stare alla larga dal nostro paese.

JP Morgan ha avvertito che è meglio evitare le banche italiane, mentre Barclays ha fatto notare che sebbene le banche europee del nord d’Europa costituiscano una buona opportunità di investimento, quelle del Sud del continente rimangono meno attraenti dal punto di vista di un investitore.

Un alto elemento che esercita pressioni al ribasso sul settore bancario sono i tassi zero in Eurozona, che stanno riducendo le entrate delle banche provenienti dalle commissioni e dagli interessi sui prestiti. Introiti fondamentali per compensare le perdite subite con i prestiti che i debitori non riescono più a ripagare.

L’Italia non si trova nella stessa posizione che aveva la Grecia quando è scoppiata la crisi del debito. “Almeno non ancora“, secondo Tim Wallace del quotidiano finanziario della City londinese.

Fonte: The Telegraph