L’estrema opzione per le banche italiane. E l’omertà sulle sofferenze

17 Febbraio 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Il sistema bancario italiano è malato e la malattia porta il nome delle sofferenze. Le rassicurazioni che arrivano ormai quasi meccanicamente dal premier Matteo Renzi e dal suo fedele ministro Pier Carlo Padoan appaiono ormai stonate, soprattutto alla stampa internazionale. Ma ora oltre al danno arriva anche la beffa, almeno in termini di trasparenza.

Le banche italiane sono zavorrate da sofferenze lorde per più di 200 miliardi di euro, nell’ambito di crediti deteriorati che in tutto hanno un valore di ben 350 miliardi. Stando ai calcoli del Fondo Monetario Internazionale sono pari al 18% del Pil nazionale.

Gli istituti sono al primo posto nella classifica europea per il carico di sofferenze che pesa sui loro bilanci, con un ammontare che in alcuni casi supera tre volte la media.

E ora l’ABI ha preso una decisione netta: basta con il diffondere i numeri sulle sofferenze lorde. Si tratta di numeri, spiega il direttore generale Gianfranco Torriero, che sono fuorvianti. Inoltre – o probabilmente è questo il primo motivo – la “focalizzazione” mediatica sulle sofferenze lorde è stata eccessiva.

Meglio dunque pubblicare il dato sulle sofferenze nette – al netto delle svalutazioni – che si sono attestate a dicembre a 88,9 miliardi di euro (comunque in rialzo). L’obiettivo è ovvio: frenare gli attacchi speculativi, e in qualche modo – ancora – rassicurare la stampa e anche la Bce sulla solidità del sistema bancario italiano.

Ma non c’è giorno in cui non vengano pubblicati articoli – soprattutto dalla stampa internazionale – che fanno riferimento alla gravità della situazione delle banche italiane.

Tra l’altro, proprio la Bce, secondo alcuni, non sarebbe poi tanto convinta del fatto che le sofferenze lorde ammontino a 201 miliardi di euro, riporta un articolo, visto che sta chiedendo di nuovo informazioni sui cosiddetti NPL (non performing loans, ovvero crediti deteriorati), mentre il Fondo Monetario Internazionale sembra ancora più preoccupato.

Grazie all’Abi sapremo anche meno

In un’analisi resa nota lo scorso anno, l’istituto di Washington ha comunicato che una percentuale superiore all’80% dei Non Performing Loans (NPL) italiani sono rappresentati da prestiti che le banche italiane hanno erogato alle aziende. Di tutti questi prestiti, il 30% è considerato non performante, con differenze tra le Regioni che sono notevoli, e che vanno dal 17% circa nel Nord a oltre il 50% in alcune regioni del Sud. Quanto scritto nel report non dà adito a dubbi.

L’elevato livello degli NPL riflette sia la debole redditività che “l’alta presenza di debiti in molte aziende italiane, specialmente PMI, che sono tra i più alti nell’Eurozona“. Il quadro è coerente con alcuni dati societari che mostrano che quasi il 30% del debito corporate è in mano ad aziende, i cui utili (al lordo degli interessi e delle tasse) sono insufficienti a coprire i pagamenti degli interessi” che devono onorare.

L’articolo continua affermando che il motivo per cui i crediti non performanti si sono accumulati nel corso degli anni risiede nel fatto che le banche sono state lente – o si sono opposte – nello svalutarli o a venderli a parti terze ai valori di mercato. Il riconoscimento delle perdite avrebbe divorato d’altronde il capitale già scarso delle banche, e la realtà sarebbe stata troppo pesante da accettare.

E ora proprio la realtà, l’Abi, sembra aver deciso di oscurare. D’altronde, quella cifra – di 200 miliardi di euro – è decisamente allarmante.

Come la Bce potrebbe salvare le banche italiane

Un aiuto potrebbe arrivare dalla Bce. Mario Draghi in realtà, nel suo intervento al Parlamento europeo, ha negato che ci siano trattative in corso con il governo italiano per fare in modo che la Bce acquisti i crediti non performanti. Non ha escluso invece che tali asset tossici possano essere accettati come garanzia a fronte di liquidità.

Ma davvero la Bce non acquisterà queste sofferenze? L’ipotesi, d’altronde, sarebbe stata riferita dallo stesso Ministero del Tesoro ad alcuni giornalisti, secondo Reuters.

L’articolo di Business Insider spiega come l’acquisto di questi asset tossici potrebbe comunque avvenire, riprendendo quanto riportato da Reuters.

“Tali prestiti verrebbero strutturati in Asset Backed Securities (ABS) e divisi in diverse tranche. “Un elevato rating sul credito verrebbe poi apposto sulle tranche senior (ovvero sulla parte di sofferenze che godono relativamente di rating più elevate), per rendere possibile l’acquisto da parte della Bce (nonostante tali tranche sarebbero comunque garantite da prestiti tossici, molti dei quali mai rimborsati). La Bce successivamente acquisterebbe le senior tranche degli ABS nell’ambito del piano di Quantitative Easing da 62,4 miliardi di euro al mese, che già include l’acquisto di ABS per un valore circa di 2,2 miliardi di euro (sebbene finora gli acquisti di ABS siano avvenuti per un ammontare minore). In alternativa, la Bce potrebbe accettare questi strumenti alla stregua di garanzie nelle sue operazioni di pronti contro termine”.

Questo, in teoria, visto che nella pratica, le stesse regole della Bce stabiliscono che:

“Nel momento in cui viene incluso in un processo di cartolarizzazione, un prestito non dovrebbe essere disputato, o in condizione di default o improbabile da onorare”. E il punto è che i Non Performing Loans, per definizione, sono già in “default” o “improbabili da onorare”.

Ma si tratta di un ‘dettaglio’ che in caso di pericolo per la stabilità dell’Eurozona probabilmente la Bce potrebbe decidere di sorvolare.

Nel caso in cui il piano diventasse operativo, ci sarebbe tuttavia un problema. Lo schema permetterebbe alla Bce di acquistare solo le tranche senior, ovvero quelle che presentano rating più alti. Per indurre la Bce ad acquistare anche le tranche con rating più bassi, le banche italiane potrebbero sostenere il rating di questi prodotti con l’acquisto di una garanzia dal governo italiano. L’Italia ha un rating BBB-, poco al di sopra della valutazione “investment grade”, che potrebbe essere accettato dalla Bce.

Il risultato è che tali rating verrebbero applicati alle tranche degli ABS meno ‘meritevoli’ da un punto di vista di rating creditizio, in modo da permetterne l’acquisto da parte della Bce.

Draghi ha cercato di spiegarsi nel suo ultimo intervento al Parlamento europeo:

Sulle trattative con l’Italia.. non che io sappia. Mi riferisco alla storia secondo cui la Bce acquisterebbe i crediti non performanti (delle banche) in Italia. Non stiamo discutendo di comprare niente. Penso…che potrebbero essere accettati come garanzie (collaterali). Una garanzia è diversa dall’acquistarli.”

Ma l’articolo di Reuters citava una fonte della stessa Bce, che già dallo scorso novembre aveva avvertito che l’acquisto di NPL avrebbe potuto essere un’opzione estrema, nel caso in cui la situazione economica dell’Eurozona  fosse diventata “davvero negativa”.

Dibattito netto/lordo. Crac Ferruzzi docet?

In tutto questo, d’ora in avanti sarà difficile capire il vero stato di salute delle banche italiane, grazie alla decisione dell’Abi di non pubblicare più i dati sulle sofferenze lorde.

Indicativo un articolo de Il Fatto Quotidiano, che ricorda:

“La querelle tra dato lordo e dato netto non è nuova in Italia, ma il passato non sembra aver insegnato molto: un precedente illustre è quello del gruppo Ferruzzi che del suo debito diffondeva solo il dato netto. Quando nel giugno del 1993 si conobbe finalmente l’entità dell’indebitamento lordo – 31mila miliardi di lire, circa 16 miliardi di euro, una cifra davvero enorme per l’epoca – il crac divenne inevitabile e il gruppo passò sotto il controllo di cinque banche pubbliche con la regia di Mediobanca”.