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La corsa dei mercati azionari globali continua a beneficiare di una crescita economica moderata, utili societari resilienti e aspettative favorevoli sull’innovazione tecnologica. Tuttavia, dietro un quadro apparentemente rassicurante si starebbero accumulando una serie di squilibri che potrebbero mettere a rischio la prosecuzione del rally. È il messaggio lanciato da David Kelly, chief global strategist di JPMorgan Asset Management, secondo cui l’attuale scenario è caratterizzato da tendenze divergenti che aumentano la probabilità di eventi destabilizzanti sul fronte economico, politico o tecnologico.
Secondo Kelly, il percorso medio dell’economia resta compatibile con ulteriori rialzi degli asset finanziari, ma la presenza di numerosi fattori di rischio rende difficile individuare la principale minaccia per i mercati.
Tre campanelli d’allarme
Tra gli elementi di maggiore preoccupazione figura il crescente divario tra redditi e patrimoni negli Stati Uniti. Una tendenza in aumento dagli anni Ottanta che, secondo l’analista, potrebbe avere conseguenze anche sul piano politico.
L’ipotesi è che l’ampliamento delle disuguaglianze favorisca nei prossimi anni l’affermazione di una maggioranza politica orientata verso politiche redistributive più incisive, con un possibile aumento della tassazione sulle imprese. Uno scenario che potrebbe comprimere la crescita degli utili societari e ridurre l’attrattività dell’azionario americano.
Un secondo elemento di vulnerabilità riguarda il rapporto tra valore degli asset detenuti dalle famiglie e dimensioni dell’economia. Kelly evidenzia come il patrimonio complessivo delle famiglie statunitensi abbia raggiunto circa il 630% del Pil, un livello superiore sia a quello registrato durante la bolla tecnologica del 2000 sia a quello precedente al crollo del 1987.
Si tratta di una metrica affine al cosiddetto “Buffett Indicator”, il rapporto tra capitalizzazione di mercato e Pil utilizzato da molti investitori per valutare eventuali eccessi nelle quotazioni azionarie. Livelli così elevati suggeriscono che una parte significativa delle aspettative positive sia già incorporata nei prezzi.
Il terzo fattore di rischio riguarda la concentrazione del mercato azionario americano nelle mani di un numero ristretto di società tecnologiche.
Oggi i dieci maggiori titoli dell’indice S&P 500 rappresentano circa il 41% della capitalizzazione complessiva dell’indice e, tra questi, otto appartengono al comparto tecnologico. Una struttura che rende il mercato particolarmente esposto a eventuali correzioni del settore legato all’intelligenza artificiale. Se il tema AI dovesse perdere slancio o deludere le aspettative degli investitori, l’impatto potrebbe estendersi rapidamente all’intero listino, amplificando la volatilità.
A rendere il quadro ancora più complesso vi è il crescente divario tra l’andamento dei mercati e il sentiment delle famiglie americane. Nonostante gli indici azionari si trovino in prossimità dei massimi storici, gli indicatori di fiducia dei consumatori mostrano livelli di pessimismo particolarmente accentuati. Una disconnessione che potrebbe segnalare fragilità sottostanti nell’economia reale. Parallelamente, le valutazioni azionarie appaiono tirate. Il rapporto prezzo/utili prospettico dell’S&P 500 si colloca intorno a 25 volte, livello che richiamano quello osservato durante la fase finale della bolla internet.
Europa e Giappone per ridurre il rischio tecnologico
Di fronte a questo scenario, Kelly ritiene che la diversificazione rappresenti la strategia più efficace per contenere i rischi.
La prima indicazione riguarda l’ampliamento dell’esposizione ai mercati sviluppati al di fuori degli Stati Uniti, con particolare attenzione a Europa e Giappone. Queste aree risultano infatti meno dipendenti dal ciclo dell’intelligenza artificiale rispetto ai mercati emergenti, che attraverso Corea del Sud e Taiwan presentano una significativa concentrazione nel settore tecnologico.
Secondo l’analista, molti investitori ritengono erroneamente di diversificare acquistando fondi emergenti, mentre in realtà finiscono per incrementare ulteriormente l’esposizione agli stessi driver che sostengono il mercato americano.
Asset reali e titoli value come copertura
Una seconda direttrice suggerita riguarda gli investimenti alternativi, in particolare infrastrutture globali dei trasporti e immobili quotati, capaci di generare flussi di reddito relativamente indipendenti dall’andamento delle azioni.
Kelly individua inoltre opportunità nelle strategie value, oggi penalizzate dalla forte prevalenza dei titoli growth nei principali indici. In quest’ottica, può risultare interessante anche ampliare l’esposizione alle società di media capitalizzazione o adottare strategie equiponderate che riducano il peso dei grandi nomi tecnologici.
Infine, il strategist di JPMorgan AM torna a guardare con favore al reddito fisso. Con rendimenti dei Treasury decennali intorno al 4,5%, i titoli di Stato americani tornano a svolgere un ruolo credibile di diversificazione all’interno dei portafogli.
Una posizione che segna una discontinuità rispetto agli anni caratterizzati da tassi prossimi allo zero, quando le obbligazioni offrivano margini limitati di rendimento e protezione.