Italia, con ritorno sovranità monetaria finiremmo come Venezuela o Giappone?

24 Maggio 2019, di Francesco Puppato

L’economia italiana è legata al palo ormai da un ventennio. Una parte delle cause ha radici prima nel divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia che ha fatto schizzare il costo degli interessi, poi nel periodo dello Sme Credibile (ovvero l’antenato dell’euro, che prevedeva un sistema di tassi fissi o semi-fissi) e infine nell’adesione alla moneta unica.

Questi eventi hanno in comune un punto: la sovranità monetaria. Venendo a mancare il garante di ultima istanza, ci si espone alla volontà dei mercati finanziari e si rinuncia alla possibilità di decidere in autonomia le politiche economiche da attuare. Un esempio su tutti vista l’attualità della tematica, è il rapporto deficit/Pil e la soglia limite europea del 3%.

Di contro c’è chi sostiene che l’Italia senza l’euro farebbe la fine di qualche Repubblica Sudamericana, come ha recentemente ribadito Emma Bonino, aggiungendosi alla lista che vede su questa lunghezza d’onda anche Pierluigi Bersani e Carlo Calenda, per esempio.

Scenario sudamericano: cosa accadrebbe con un ritorno alla lira

Il loro ragionamento è il seguente: se investitori e risparmiatori non si fidano della capacità dello Stato di onorare i suoi impegni, il premio per detenere i titoli di Stato salirà e con esso inevitabilmente lo spread. La spesa per interessi salirebbe, alimentando la spirale di aumento del debito pubblico. A quel punto l’Italia entrerebbe in crisi, finendo sull’orlo del default.

È quello che non prende in considerazione Claudio Borghi, consulente economico della Lega, quando sostiene che “se lo Spread va a 800 e allora il debito viene ridenominato perché l’Italia esce dall’euro, io recupero la sovranità monetaria e mi posso ricomprare tutto il debito a metà prezzo emettendo moneta: ci ho guadagnato!”

L’impatto di una simile drastica scelta si farebbe sentire sull’economia e la società italiana. La difficoltà di collocare i titoli di Stato metterebbe a rischio la capacità della pubblica amministrazione di pagare dipendenti, pensionati e fornitori. L’iperinflazione eroderebbe il potere d’acquisto e i risparmi dei cittadini.

Neanche l’Eurozona avrebbe nulla da guadagnare da questa situazione, temporanea forse ma deleteria e fallimentare. Ma se il governo italiano fa sul serio e minaccia di cambiare lo statuto della Bce o ricorrere ad altre misure estreme per perdonare il debito, non potremmo più finanziarci facilmente sui mercati.

Le conseguenze del ritorno alla sovranità e alla lira

Qualora l’Italia esca dall’unione monetaria, la Banca d’Italia si metterebbe a stampare tutte le lire che serviranno per acquistare i titoli del debito pubblico rimasti invenduti. Il debito verrebbe ridenominato in lire e i titoli governativi declassati al livello “spazzatura” (junk). Oltre a perdere ogni accesso al mercato internazionale dei capitali, verrebbero imposti controlli di capitali e la lira subirebbe una drastica svalutazione.

Con una probabile iperinflazione in stile venezuelano aumenterebbe il prezzo dei beni importati. I mercati finanziari e il settore immobiliare pagherebbero le conseguenze di una simile situazione e i risparmi, bloccati in banca, perderebbero rapidamente il loro valore. Idem gli stipendi e il potere d’acquisto degli italiani.

L’Italia potrebbe chiedere aiuti a paesi esterni all’Europa, come Cina e Russia, che potrebbero fornire risorse necessarie a fare rifiatare l’economia, in cambio però di privatizzazioni, concessioni economiche, diplomatiche e probabilmente anche militari.

I politici filo europei citati sopra (Bonino, Calenda e Bersani) sono tra coloro i quali sostengono che quanto propone la Lega – il ritorno alla sovranità monetaria – sia una pazzia, specialmente in questo momento in cui l’Italia non ha il coltello dalla parte del manico.

Il livello del debito pubblico italiano, dicono, è dovuto al fatto che “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre potenzialità“. E che prima di fare qualsiasi cosa si debba ridurre il debito e che “lo Stato è come una famiglia e questo non è il momento di comprare il motorino al figlio”.

Scenario giapponese, neppure questo esempio è encomiabile

In realtà ci sarebbe un esempio che sulla carta sembra smentire queste ipotesi: il Giappone. Tokyo ha un livello di debito pubblico senza precedenti, pari addirittura a due volte e mezzo l’economia annua. Questo lo vede come il Paese con il rapporto debito/Pil più grande al mondo. Detto questo, il debito pubblico non viene considerato rischioso come il nostro, per via degli investitori che lo possiedono.

In tutti i casi va detto che bisogna andarci piano prima di prendere ad esempio da seguire la nazione asiatica. Pur essendo la terza forza economica al mondo, non è certo un paradiso economico e sociale. Il reddito pro-capite è basso, l’età lavorativa si sta allungando anche per via dell’invecchiamento della popolazione, le tasse sono late e il debito come visto è esplosivo.

Detto questo, e premettendo che i due casi – Italia e Giappone – non sono paragonabili, vale la pena esaminare il caso giapponese per capire da cosa si potrebbe prendere spunto. Il debito inizia a lievitare negli Anni 90 con lo scoppio della bolla immobiliare e con l’economia che cade in un momento di bassa crescita/deflazione, il Giappone esegue deficit di bilancio medi del 5% annuo in tentando di rilanciare la crescita. NE consegue che in 20 anni il debito/PIL esplode dal 60% al 250% del PILPIL.

Ad oggi il governo spende più di quanto tasso ed il debito continua quindi a crescere, pur se con ritmo inferiore al passato; inoltre le spese sociali e pensionistiche sono considerate una valuta politica molto preziosa in uno dei Paese a più rapido invecchiamento del mondo e quindi sono sostanzialmente incomprimibili, ergo nessuno si aspetta si aspetta un’apprezzabile riduzione del deficit in un tempo ragionevole.

Non solo, l’avversione alla crescita della pressione fiscale è notevole anche perché ridurrebbe la propensione al consumo in un’economia già troppo propensa al risparmio. L’austerity viene dunque considerata una cosa utile a una sola piccola parte libertaria (che trova rappresentanza nell’alta finanza).

Ciononostante, i mercati hanno mostrato per due decenni un’immensa e incondizionata fiducia nella capacità prospettica del governo di onorare il servizio di questo debito monstre. E lo Yen è costantemente visto come un porto sicuro; anzi, maggiore diviene l’avversione al rischio e più lo Yen si apprezza. L’unico rischio vero e proprio percepito è legato a fattori demografici. La gran parte della ricchezza dei risparmiatori giapponesi investita nel debito interno è infatti in mano a baby boomer.

Come mai il Giappone non ha il problema dello Spread

Come mai il Giappone non ha il problema dello spread e dei “mercati”? Come spiega Marcello Minenna su “Il Sole 24 Ore”, il meccanismo è molto semplice: il governo giapponese emette obbligazioni (Japanese Government Bonds – JGB) a tasso zero/negativo per rifinanziare il debito e la Bank of Japan (BoJ) e gli investitori istituzionali le comprano titoli a prescindere dal rendimento offerto. Il debito è detenuto all’88% nelle mani di istituzioni pubbliche o semi-pubbliche (banche, fondi pensione ed assicurazioni) che non sono prone a rivenderli sul mercato secondario.

Infatti gli scambi sui titoli giapponesi sono relativamente scarsi, con dei prezzi estremamente stabili nel tempo che rendono il mercato per nulla appetibile ai trader speculativi. I rendimenti sono così bassi su tutte le scadenze perché determinati dalla BoJ, che controlla il livello dei tassi di interesse a lungo termine. Quindi il servizio del debito resta economico per il governo: la spesa per interessi è al 12,6% delle entrate, il valore più basso da 40 anni. Inoltre il governo detiene per sé una larga quota di attività finanziarie che in parte compensano il debito in crescita.

È poi oculata la gestione legata ai posseditori del debito: nel lungo periodo ci sono pochi cambiamenti ed è praticamente inesistente la quota posseduta da famiglie e settore privato non finanziario, mentre gli investitori esteri possiedono circa il 10%. L’unico fenomeno degno di nota è lo spostamento di un 20% del debito dal settore finanziario privato verso la Banca Centrale per via del massiccio Qualitative Easing varato nel 2013 dal governatore Kuroda per contrastare le minacce deflazionistiche.

Uno spostamento che non comporta grandi cambiamenti nella gestione del debito, con la Bank of Japan che a novembre 2018 ha visto la crescita degli attivi raggiungere la ragguardevole soglia del 100% del PIL ed un contro bilanciamento della base monetaria cresciuta del 500% in 5 anni e delle riserve bancarie (+600%).

Tutto questo, con un forte aumento dell’offerta di valuta, avrebbe dovuto alzare il tasso di inflazione e svalutare lo Yen. Ma i dati storici mostrano un impatto veramente modesto sia su inflazione che su svalutazione della moneta. La prima ha registrato un +1% (escluso un breve incremento del 3% nel 2014, dovuto ad uno dei rari aumenti dell’IVA), la seconda ha visto, dopo qualche oscillazione, lo Yen rimanere ad un tasso di cambio sostanzialmente invariato rispetto alle altre valute.

Se poi la BoJ volesse ricollocare parte del debito sul mercato, questo sarebbe assorbito dal settore finanziario domestico. Le conseguenze sulla stabilità del sistema sarebbero minime, in quanto l’unico requisito sarebbe quello che il settore privato continui ad accumulare risparmio, così da alimentare gli acquisti di titoli da parte dei fondi pensioni e assicurativi e delle banche.

Dati alla mano, il Giappone risulta essere il primo creditore netto al mondo (con un totale di 328.000 miliardi di Yen alla fine del 2018), presenta un surplus commerciale e delle partite correnti, con un tasso netto di risparmio che in 5 anni è cresciuto del 4%.

I lati negativi del sistema giapponese

Ma anche il modus operandi del Giappone ha dei lati negativi. A pagarne le spese è il sistema bancario (soprattutto le piccole banche regionali) che si trovano a dover lavorare con dei tassi di redditività bassissimi, i quali impediscono loro di operare in attività estere come i grandi colossi.

Dopotutto, però, vale forse la pena di privilegiare l’economia reale rispetto alla finanza. Dopo un periodo di debolezza, l’economia giapponese, come riporta un recente articolo di Milano Finanza, è cresciuta a un tasso annualizzato del 2,1% nei primi tre mesi dell’anno, ribaltando completamente le aspettative che davano una contrazione dello 0,2%.

Andando di poco indietro nel tempo, vediamo anche che l’economia nipponica ha fatto registrare un progresso dell’1,6% nel quarto trimestre del 2018, mentre rispetto al precedente trimestre la crescita è stata dello 0,5%, anche in questo caso contrariamente alle prospettive che davano un -0,1% (dati del governo nipponico). Il tutto, nonostante le tensioni commerciali tra Usa e Cina, la Brexit e altri fattori geopolitici internazionali.

Perché l’Italia, che ha problemi e caratteristiche simili come l’invecchiamento della popolazione, il grande debito pubblico e la forte propensione al risparmio dei cittadini, non attua la stessa strategia? Non è così semplice. I contesti come visto sono talmente diversi che Roma non può trarre un grande insegnamento a parte quello di ripensare chi conviene che detenga le quote di debito pubblico.

Oggi come oggi per sottrarre l’Italia al gioco dei famosi “mercati” e dello spread, come fa il Giappone, servirebbe un garante d’ultima istanza, ovvero quello che oggi non fa la Bce. Ma l’unico modo per farlo è recuperare la sovranità monetaria. Correndo il rischio di fare un salto nel buio. I contesti tra la potenza asiatica e il nostro paese sono diversi.

L’insegnamento che si può trarre dal Giappone

Diversamente, siccome il governo giallo verde italiano non sembra intenzionato a varare le riforme strutturali richieste dalle altre autorità europee (anzi, Lega e MoVimento 5 Stelle sono difatti contrari all’austerity e favorevoli a misure espansive per rilanciare la crescita e combattere le disuguaglianze socio economiche), difficilmente si arriverà presto a una ripresa decisa.

I paradigmi economici o gli interventi di quantitative easing e altri strumenti simili, efficaci sul breve per ridare fiducia, risulterebbero futili alla lunga, un po’ come prendere l’aspirina se si ha il tumore. Restare nell’euro, dove ci troviamo dai tempi della famosa “Lite delle comari” (divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia, ad opera degli allora ministro Andreatta e governatore Ciampi) per l’Italia è un po’ come sapere di avere una malattia e decidere di non curarsi subito. Ma uscirvi sarebbe un azzardo che creerebbe un futuro incerto e depaupererebbe i risparmi dei cittadini.

Quello che insegna il caso giapponese è piuttosto che andrebbe rivista l’esposizione del debito pubblico in modo da contenere i rischi di mercato e ridurre le incertezze. Per ridurre l’esposizione del debito pubblico allo spauracchio dello spread. le autorità italiane dovrebbero svolgere un’esamina sulla composizione strutturale del debito pubblico e sugli effetti che ha sul sistema economico il fatto che sia in mano a detentori esteri.

Come sottolinea il blog Economy2050, avere la maggior parte del debito pubblico in Italia “non solo fornirebbe maggiore solidità, ma spingerebbe all’impiego dei capitali nell’economia reale”.