Economia

Economia Usa frenata dal dollaro forte. Rischio trappola per Trump

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Notizie poco rassicuranti dal fronte macro degli Stati Uniti. Nel quarto trimestre del 2016, l’economia Usa ha rallentato il passo, crescendo di appena +1,9% su base annua: un brusco dietrofront rispetto al ritmo di crescita del 3,5% del terzo trimestre e al di sotto anche del +2,2% atteso dagli analisti intervistati da MarketWatch. Nel 2016,  inoltre, l’espansione del Pil Usa è stata inferiore al +3% per l’undicesimo anno consecutivo. L’ultima volta che la crescita avvenne al ritmo del 3% fu nel 2005.

Toccherà a questo punto a Donald Trump rivitalizzare un’economia che si è indubbiamente rimessa in moto dalla crisi finanziaria del 2008, ma che stenta ad affermare il suo pieno potenziale, presentando tuttora zone d’ombra.

Il 2016 certifica inoltre un indebolimento netto rispetto al 2015: nell’intero anno, il PIL è salito a un tasso pari a +1,6%, rispetto al +2,6% dell’anno precedente.

Cosa ha frenato l’economia degli Stati Uniti?

Sicuramente i consumi e gli investimenti aziendali hanno riportato una solida crescita, contribuendo a sostenere l’economia. In particolare le spese per consumi sono cresciute del 2,5%, con quelle aventi per oggetto beni durevoli balzate di quasi +11%.

La Corporate America ha inoltre puntato su una crescita delle spese, tanto che, per la prima volta in cinque trimestri, sono saliti gli acquisti di attrezzature.

Confortante anche il quadro generale del mercato immobiliare e in particolare edilizio, con i costruttori di case che hanno aumentato gli investimenti in nuovi immobili a un ritmo superiore a +10%, il primo rialzo in tre trimestri.

Indicazioni positive anche dal trend delle scorte, cresciute di $48,7 miliardi.

L’impatto negativo è arrivato dal commercio, proprio il settore che in America si avvia a una trasformazione epocale sotto l’egida del nuovo presidente Usa.

Il balzo del dollaro – alimentato tra l’altro dalle speculazioni su quelle che potrebbero essere le nuove politiche economiche dell’era Trump – ha infatti reso le esportazioni americane più costose.

Il risultato è che nel quarto trimestre le esportazioni sono scese del 4,3%, a fronte di un balzo delle importazioni al tasso maggiore in due anni, pari a +8,3%.

Si spiega così il trend del Pil Usa del quarto trimestre, con una crescita che è stata inferiore a +3,5% del terzo trimestre di quasi -50%: è stato il collasso del contributo che arriva al Pil dal commercio (esportazioni e importazioni nette) a pesare sul dato complessivo, tagliando al trend di crescita una percentuale pari a ben l’1,7%.

Il balzo del deficit commerciale è da imputare anche alle minori esportazioni di semi di soia, che erano invece volate nel terzo trimestre.

Riuscirà Donald Trump a mettere il turbo all’economia Usa? Finora non ha certo avuto dalla sua parte il dollaro che è tra l’altro salito negli ultimi mesi proprio per le speculazioni legate alla sua vittoria alle elezioni dello scorso 8 novembre. Le aspettative di massicce manovre di politica fiscale espansiva – taglio delle tasse e spese per infrastrutture – hanno infatti alimentato sui mercati le scommesse sull’arrivo di una crescita più sostenuta, e dunque di un dollaro più forte.

L’equazione che ha dominato i mercati è stata: Trump = maggiore crescita= maggiore inflazione, più rialzi dei tassi da parte della Fed= maggiore appetibilità del dollaro sul mercato del forex. Ma maggiore appetibilità del dollaro significa esportazioni Usa più costose e, sulla base delle speculazioni del mercato, è esattamente quanto che è avvenuto nel quarto trimestre.

Trump deve aver avuto paura di questo effetto, nel momento in cui ha scatenato il caos sui mercati parlando di dollaro troppo forte, provocando il ritracciamento della valuta. Ora bisognerà vedere come gli Stati Uniti reagiranno alla escalation della guerra valutaria che proprio il presidente ha innescato con le sue dichiarazioni improntate al protezionismo.

Trump riuscirà a garantire un’economia in accelerazione, senza innescare una corsa al dollaro?

Anche perchè in un contesto di crescita ben al di sotto del suo potenziale, c’è un’altra minaccia che si chiama inflazione: dal rapporto sul Pil emerge infatti che il PCE price index, tra l’altro  l’indice preferito della Federal Reserve per monitorare il trend delle pressioni inflazionistiche, è salito nel quarto trimestre al ritmo annuale del 2,2%, al record dal 2012. Una ragione in più per la Fed per alzare i tassi, a tutto vantaggio del dollaro, e a tutto svantaggio delle esportazioni.