Brexit, è l’ora che Milano diventi polo finanziario europeo

14 Giugno 2017, di Redazione Wall Street Italia

Di Francis Morandi, membro del comitato di volontari Select Milano

È il momento di far crescere Milano quale importante “polo della Finanza europea”, approfittando anche dei problemi di Londra, dopo la Brexit. E infatti è già iniziato il trasferimento dalla City di circa 24.000 operatori finanziari e se Milano potesse “catturarne” anche solo alcune migliaia, si genererebbero job altamente qualificati, nuove opportunità con indotti economici, occupazionali, culturali ed immobiliari, a beneficio e traino dell’intera Nazione.

Milano, già nei secoli primario motore finanziario, deve fare di tutto per diventare un Hub finanziario europeo, partendo dalle attualmente già notevoli caratteristiche e potenzialità (malgrado sia stata finora stranamente dimenticata dalla politica italiana ed europea anche nell’assegnazione delle ben 40 agenzie dell’Unione).

Oggi a Milano operano numerose decine di banche ed i principali istituti di credito italiani sono, di fatto, qui, mentre quelli esteri oggi presenti sono circa 50 (secondo l’AIBE, l’Associazione fra le Banche Estere in Italia, essi controllano alcune decine di legal entities finanziarie specializzate con circa 9.000 dipendenti e con importantissimi ruoli e volumi, come nei syndacate loans, nel M&A e nell’Assets Management, spesso superiori rispetto ai competitor nazionali).

Le banche a Milano operano nel retail, nel corporate, nell’ investment e nel private banking ed ora anche nell’importante filone del digital banking. Sono qui anche quasi tutte le Società parabancarie italiane e molte branch di quelle estere (SIM, SGR con parecchi fondi, fiduciarie, società di leasing, di factoring, di confirming, di forfaiting, card issuer ed acquirer). Qui sono localizzate buona parte delle Tesorerie dei circa 2800 Gruppi multinazionali presenti in Italia (con 290.000 dipendenti) e grossi payment issuer ed alcuni colossi assicurativi. I possibili sviluppi post Brexit potrebbero generare significativi impatti sul PIL locale e nazionale, valorizzato, da alcuni esperti interpellati, in almeno 30 miliardi di € nel prossimo triennio, con significativi benefici anche occupazionali e di traino dell’intera economia nazionale.

L’opportunità è adesso ed è enorme, a vantaggio dell’intero Paese

In tal senso i massimi Istituti finanziari italiani, la classe dirigente locale e il Governo, operando in modo finalizzato, dovranno rapidamente darsi da fare in Italia e in Europa con interventi anche “straordinari” per sviluppare il Financial Hub di Milano o, meglio, della oggi politicamente bloccata Città Metropolitana di Milano (potendo così attingere anche ai “tanti e relativamente facili finanziamenti U.E. per le città metropolitane”, che altri da tempo ci stanno inesorabilmente portando via). Tra i provvedimenti da adottare rammentiamo:

– favorire il rafforzamento della Borsa di Milano, oggi posseduta al 99,99% da L.S.E. Group (che controlla anche Monte Titoli Spa, la Cassa di Compensazione e Garanzia Spa e la strategica MTS Spa) e pertanto, proprio in collaborazione con il Consiglio di L.S.E. (che evidentemente ha interesse a non perdere il proprio business, verso le Borse terze di Parigi, di Francoforte e altre) si potrebbero attuare alcuni interventi abbastanza agevoli e rapidi, a beneficio dei mercati di Borsa Italiana (MTA, MTA International, STAR, MOT/EXTRAMOT, IDEM, SEDEX, ETFPLUS, TAH, AIM Italia) ma anche a favore di EuroTLX e di E.C.N. milanesi, quali Market Hub di BIMI, HI-MTF, Teletrading, Workinvoice ed altri. Milano potrebbe così divenire progressivamente uno dei leader europei, oltre che nei titoli del debito pubblico (ove vantiamo livelli di raffinatezza operativa e transazionale quasi unici), anche in altre tipologie di securities, specie nell’equity e nel corporate debt.

Ora che la Commissione Europea ha ufficialmente dichiarato che “il clearing sui derivati in euro dovrà traslocare da Londra nell’Eurozona” (per assicurarsi la prosecuzione di ingenti volumi di business ma soprattutto il controllo di attività rischiose per la stabilità finanziaria dell’Eurozona, con potenziali impatti anche sul costo del capitale per le attività denominate in Euro) dobbiamo giocare bene la carta della nostra importante clearing house Cassa di Compensazione e Garanzia – CC&G, che già opera su tutte le asset class. Il sia pure parziale trasferimento dell’euroclearing a Milano infatti manterrebbe il mercato all’interno del bilancio di LSE oltre che in Eurozona (del resto già oggi sarebbe possibile dirottare il regolamento e la liquidazione delle euro transazioni su Milano, via CC&G, con connessi vantaggi fiscali, pur eventuamente mantenendo l’outsourcing delle operazioni a Londra, per limitare le conseguenze di Brexit).

Si consideri che il cosiddetto euroclearing è un mercato di 520 miliardi di dollari di volumi giornalieri, con circa il 74% di OTC e con, secondo Oliver Wyman 54.000 operatori diretti ed indiretti. A Milano abbiamo anche l’importante depositaria MONTE TITOLI, che già gestisce bene molti titoli esteri. In generale è necessario assicurare al settore mobiliare delle semplificazioni procedurali, burocratiche e dei tagli nelle tempistiche concessorie di Bankitalia e di Consob, ad esempio, per l’insediamento di nuovi operatori, nuovi fondi o per la semplice quotazione di nuovi titoli internazionali. In tal senso sarebbe opportuno anticipare l’attività di dual listing su Borsa Italiana di alcuni titoli londinesi, per poter continuare a disporre del beneficio dei pagamenti europei Target2 oltre a poter rafforzare il nostro mercato secondario (magari eliminando la demagogica Tobin Tax italiana, che tiene lontani gli investitori esteri, oltretutto generando un flusso fiscale risibile e modificando la capital gain tax)). E’ utile pubblicizzare l’importante e completa “catena operativa e del valore” propria della Finanza milanese, che già oggi dispone di tutto il know how e di evoluti sistemi di supporto.

– impegnarsi quindi ad attrarre più business di trading e di post trading, oltre che molti sales (oggi che c’è una tendenza a delocalizzarli), più banche, più broker, più dealer, più trader internazionali e molti nuovi operatori finanziari in genere, compresi gli on-line trader e gli investitori privati, il tutto in un ambiente economicamente e, se possibile, anche fiscalmente e politicamente collaborativo e stabile, oltre che paesaggisticamente gradevole. Tutto ciò potrebbe potenzialmente generare un PIL aggiuntivo di 22 miliardi annui (grazie anche all’ampiezza dei nozionali dei derivati) e fino a 8.500 nuovi posti di lavoro specializzati (in una Città dove la specializzazione è già presente e l’hiring è pertanto possibile, oltre che poco oneroso, specie se sapessimo sfruttare anche il Decreto cosiddetto “Rientro dei cervelli”, in parte applicabile anche agli stranieri);

– difendere economicamente e “politicamente” l’italianità/milanesità di alcuni primari Gruppi bancari, oggi ritenuti “a rischio”, similmente a quanto, da sempre fanno, in casa loro, i francesi, gli inglesi e gli americani. Inoltre è opportuno ricondurre a Milano possibilmente tutte le Direzioni, anche operative, delle primarie banche italiane e delle branch degli istituti esteri, rafforzando, in particolare, il polo dell’investment banking con Banca IMI, Mediobanca, la vecchia UBM (da riportare, nella nuova configurazione possibilmente in Italia), Akros, varie branch di banche estere e SIM, nonché le specifiche divisioni e dealing room di altri istituti, affinché la Città possa tornare a essere un’importante “fucina professionale” di trader, di broker, di risk manager. Lo stesso dicasi per la futura “Bad Bank”, atta a favorire il recupero dei crediti a beneficio diretto delle nostre banche e per un nuovo “Credit Market”, mercato secondario sul quale stiamo lavorando (per quotare crediti in bonis, NPL, CDS e Credit Index), di cui oggi si avverte la grave mancanza in Italia);

– favorire gli insediamenti (anche solo sulla base delle agevolazioni europee e nazionali vigenti per le start up) delle nuove Digital Bank e Fintech plurinazionali, gli istituti del futuro, considerando che i business model tradizionali bancari avranno notevoli problemi di profitability nei prossimi anni. Londra oggi occupa circa 38.000 addetti nel Fintech, con investimenti 2016, di circa 19 miliardi di €. Milano impiega già più di un migliaio di persone nel settore, ma molte di più se si includessero, come avviene a Londra, anche le unità digitali delle banche tradizionali basate in Città. Trattasi di matematici, statistici, risk manager, analisti sviluppatori ed esperti di finanza, per la gran parte giovani talenti con competenze, idee e “fame”, in grado di evolvere gli stessi paradigmi nei servizi finanziari verso l’open banking, i pagamenti innovativi, il digital lending/peer to peer, il digital marketing bancario, i distributed ledger, il risk management, il robo-advisory e soprattutto il computing cognitivo/artificial intelligence applicati alla finanza ed alle relazioni con i clienti. Del resto Milano è già il terzo Polo del Fintech Europeo, per risorse coinvolte, dopo Londra e vicinissima a Parigi;

– fornire un miglior sbocco milanese all’asset management, compresi i grandi fondi e gli hedge fund americani, che qui potrebbero trovare un passaporto europeo, facilità nel reperimento di risorse idonee ed a basso prezzo. Si potrebbero così meglio valorizzare anche le enormi masse del risparmio degli Italiani (secondo Bankit, la ricchezza mobiliare 2016 delle famiglie italiane è salita ad oltre 4.000 miliardi ed ancor oggi siamo la seconda Nazione “risparmiosa” al mondo). In tale ottica si potrebbero richiamare qui alcune unità di private banking ed i sales (pur mantenendo le “armonizzazioni” e le depositarie in Lussemburgo, centro fiscale e poco burocratico). Certo faciliteremmo il tutto con l’introduzione di una maggior specifica competitività fiscale, almeno in linea con le principali piazze U.E.;

– attivare anche in Milano la fattispecie giuridica europea del G.E.I.E. (Gruppo Europeo di Interesse Economico), creata nell’ordinamento europeo con il Regolamento Comunitario 2137 del 25 luglio 1985, per poter meglio sviluppare il Financial Hub meneghino, anche mediante specifici provvedimenti finanziari e fiscali (non dimentichiamo che in lizza ci sono anche Lussemburgo e Dublino, noti eden fiscali) che incentivino l’attività d‘impresa e nuovi investimenti e facilitino, in particolare, le società e le persone che trasferiscono qui la residenza. L’istituzione di un G.E.I.E., con specifiche e possibili norme speciali europee (e connessi finanziamenti) ed italiane (ad esempio, tipo quelle già in essere in alcune Regioni e Provincie a statuto speciale) permetterebbe ai bancari internazionali che trasferiranno la residenza in Italia, di beneficiare per vari anni di trattamenti fiscali competitivi sui loro redditi (sarebbero tutti comunque introiti supplementari per lo Stato italiano) oppure potrebbero optare per una tassa fissa fissa prestabilita, come già fanno vari altri Paesi U.E.. Servirebbe inoltre ridurre l’attuale ’”overfiscalità italiana” applicata alle banche (tipo il trattamento dei crediti e l’indetraibilità dell’IVA), nonché la tassazione dei dividendi transfrontalieri;

– garantire innovativi interventi urbanistici e insediamenti adeguati ed ergonomici per i numerosi institutionals (con relativi dipendenti) che si trasferiranno a Milano. Nel brevissimo, basterebbe occupare quanto già disponibile (a prezzi inferiori rispetto alla concorrenza europea) o già in edificazione in Città (nel 2016 gli investimenti in immobili commerciali/uffici nel centro della Città sono ammontati a 15,4 miliardi di €), ma, da subito, sarebbe opportuno sviluppare un Eurodistretto Finanziario Consortile (MilanCity?). In tal senso la stessa fattispecie giuridica europea del G.E.I.E., potrebbe favorire soluzioni urbanistiche e ambientali agevolate (ad esempio nelle aree cosiddette “dismesse”) e relative alla mobilità. Occorrono nuove strutture materiali (i soldi li metterebbero le stesse banche, attraverso iniziative di project financing oppure si potranno utilizzare gli specifici finanziamenti europei), immobiliari (compreso qualche nuovo grattacielo finalizzato, nuovi hotel, nuove residenze, razionalizzazioni nella mobilità) e immateriali (maggior attenzione al business, semplificazioni, sburocratizzazioni specifiche, sportelli unici cittadini dedicati, bilingue e molto tecnologicizzati, con tracciatura delle pratiche, ecc.) e la creazione di una Milan Card plurservizi, tipo la londinese Oyster;

– pilotare finanziariamente e politicamente (da parte del Governo e del Tesoro) una maggiore presenza e attività (visto che le principali banche sono già sulla piazza) della Cina, dell’India e delle nuove economie asiatiche emergenti, oltre che dei Paesi mediterranei e medio-orientali. Operare su una piazza concentrata genererebbe infatti importanti sinergie, a beneficio di tutti;

– sviluppare un polo giudiziario milanese specializzato in Finanza, anche internazionale, dotandolo di risorse adeguate (affinché in futuro i nostri operatori finanziari non siano più danneggiati, rispetto ai competitor internazionali, come oggi avviene, ad esempio, nel recupero dei crediti, nella trattazione di prodotti innovativi, nelle procedure concorsuali, ecc.). Più rapido sarebbe il ricorso (per ottimizzare la gestione delle controversie legali che insorgessero tra gli operatori finanziari aderenti al predetto Distretto Finanziario di Milano) alla generalizzata sottoscrizione di una clausola arbitrale (“ISDA like”, già diffusissima nel settore della Finanza, anche in Italia) riferita ad un’arbitro unico (ad esempio il Centre Européen d’Arbtrage et de Mediation / Corte Arbitrale Europea), per decidere le dispute entro sei mesi. Trattasi di un’efficace alternativa al tortuoso giudizio ordinario italiano, con la quale si rimandano tutte le controversie, sia nazionali, sia internazionali, a una forma di giustizia professionale e indipendente, che potrà applicare il diritto europeo, lontano dalle lentezze del sistema Italia. Anche la gestione giuslavoristica dovrà essere ben finalizzata alle esigenze, alla flessibilità ed alla premialità tipiche della finanza, con la formulazione e l’adozione di specifici ed adegati contratti privatistici;

– specializzare meglio le già ottime Università, tipo Bocconi, Politecnico, SDA, Statale, Cattolica, come eccellenze internazionali nella formazione in Finanza (in inglese) tradizionale e quantitativa, nel Financial ICT e nell’ Artificial Intelligence, potendo oltretutto beneficiare delle sovvenzioni U.E. oggi in massima parte riservate alle Università inglesi;
“razionalizzare” le testate economico-finanziarie, gli info provider ed i poli economico-televisivi specializzati a Milano, rendendoli più “internazionali”, multimediali ed efficienti;

– sviluppare nuove strategie promozionali e di comunicazione, sui vari media internazionali, verso gli instituional internazionali e verso la politica domestica ed europea per “spingere” molti verso la piazza finanziaria, economica e culturale di Milano, mediante precise strategie e strumenti di marketing territoriale, di digital marketing e di promozione.

Ed ora “facciamo squadra”, attiviamo un “Milan Hub Committee di alto livello” (Comune, Tesoro, Fisco, esperti legali, bancari, immobiliari) che, oltre a gestire eventi finalizzati, sappia presentarsi (anche con approcci “one to one”) ai vari Institutional londinesi e mondiali per convincerli che “Milano conviene”, arricchendo così progressivamente l’Hub meneghino.

Serve poi un valido project management (a Milano i soldi e le skill di certo non mancano), rammentando che buone pianificazioni tra enti pubblici e privati (con quadri normativi stabili, organizzazioni e strutture efficienti e qualche mirato incentivo fiscale) hanno altrove recentemente “creato” (in tempi rapidi) alcuni centri finanziari, quali Francoforte, Dublino, Seul, Dubai, Toronto ed altri. Oltretutto a Milano partiremmo da situazioni già molto più evolute.

Francis Morandi, managing partner del Gruppo TEMA WARREN EUROPE ed autore del libro "AVANTI ITALIA - VINCERE LA SFIDA CON I POLITTECNICI".