Banche: tutto pronto per il bail-in

14 Marzo 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – Avvisate chiunque: in Italia per i clienti delle banche cambierà tanto ma in peggio dopo il grande congegno messo in piedi dalla Bce. “La manovra di Draghi può avere un suo senso ma non aspettiamoci grandi cose”, ha dichiarato il manager di Banca Sistema Gianluca Garbi, secondo cui si interromperà il rapporto fino a qualche mese fa idilliaco tra risparmiatori e obbligazioni bancarie.

Il programma di finanziamento TLTRO è l’unico vero cambiamento delle rinnovate manovre di politica monetaria in Eurozona. “Chi non può più emettere obbligazioni perché il mercato non si fida, può mantenere i suoi impieghi in essere con il nuovo meccanismo a quattro anni”, ha dichiarato in tv.

“I tassi di per sé non cambiano nulla”, almeno non la qualità e la garanzia che offrono alle banche certe imprese in Italia, secondo il banchiere. “Il 20% dei prestiti non torna indietro (alle banche). I tassi possono anche andare sotto zero, ma io banca non presterò mai i soldi a un soggetto che al 20% non mi dà i soldi indietro”.

Nella nuova era del bail-in in Italia sopravviveranno solo i grandi gruppi bancari. Il triplice assalto monetario della Bce annunciato da Draghi il 10 marzo – fatto di tassi ridotti a zero o sotto zero, Quantitative Easing potenziato e nuovo piano di finanziamenti agevolati al settore finanziario – si andrà infatti a sostituire alla raccolta di obbligazioni, che nel 2016 viene a mancare a causa del bail-in.

Con gli acquisti al ritmo di 80 miliardi di euro al mese fino al 2017 compreso, per l’Italia basterebbero cinque mesi di tempo per poter superare la crisi di liquidità del comparto bancario, facendo ripartire il credito a banche e famiglie.

Italiani smetteranno di investire in Btp

Basta infatti che si verifichi una cosa: che i cittadini italiani smettano di investire in obbligazioni bancarie, dal momento che “il nuovo sistema non necessita più del risparmio”. Per quello tanto ci penserà la Bce di Mario Draghi. L’Italia, non va dimenticato, è uno dei paesi in cui italiani e banche sono in possesso del numero più alti di titoli di Stato. E questo intreccio pericoloso tormenta le menti delle autorità europee dopo lo scoppio della crisi del debito sovrano.

Il fine ultimo del nuovo QE di Draghi è l’orizzonte dei quattro anni (vedi il programma di finanziamenti TLTRO parte seconda), che andrà a sostituirsi alla raccolta di obbligazioni delle banche, “scomparsa a causa del bail-in”. È troppa la paura di incamerare perdite per chi ha comprato bond subordinati, come hanno visto tutti con il salvataggio delle quattro banche regionali a fine 2015.

“Prestare alle piccole e medie imprese italiane allo stesso tasso delle grandi quando le Pmi falliscono per il 20% non è più possibile”, ha dichiarato il dirigente alla trasmissione Omnibus su La 7.

I rendimenti sembrano molto bassi ma proteggono il valore d’acquisto dell’investitore. Andarsi ad accontentare di un tasso minimo è meglio piuttosto che cercare rendimenti correndo rischi enormi. “Tra i conti deposito e le obbligazioni ci sono investimenti interessanti per i risparmiatori e questo mercato sottosviluppato potrebbe diventare interessante” dopo il potenziamento delle manovre straordinarie della Bce.

Rischi recupero crediti in sofferenza

Le società che fanno recupero crediti lavorano per le banche e per i nuovi acquirenti dei crediti. Non cambia in modo sostanziale con la bad bank, secondo quanto espresso da Garbi già a gennaio intervenuto sempre nella stessa trasmissione. L’Europa vuole prezzi di mercato.

“Quando le banche prestano soldi vogliono ricevere indietro qualcosa. Che lo recuperi la banca o un altro soggetto, il concetto non cambia”.

In compenso i rischi rimangono, eccome. “Se fate una panoramica” dopo la crisi i banchieri da noi sono cambiati tutti, i responsabili degli organi di vigilanza no, sono sempre gli e stessi è questo è un problema.

Una riflessione dovrebbe essere fatta, “è la parte che crea problemi ai consumatori”.

Banche: sopravviveranno solo le big

In Italia, secondo il banchiere, le società di credito hanno cambiato modello di business e la strategia competitiva dei costi, non presteranno più alle imprese più piccole e le loro filiali scompariranno lentamente, così come le figure di “milioni di bancari” in servizio allo sportello. È un problema di sprechi e mancanza di lungimiranza manageriale. Prima si compravano filiali a costo d’oro, adesso la maggior parte di esse è diventata inutile.

“Gli imprenditori bancari se ne sono accorti un po’ troppo tardi. Le aziende del credito sono destinate a concedere prestiti a costi di gran lunga maggiori rispetto alla raccolta”. Ma con l’introduzione dei programmi di bail-in – che prevedono il coinvolgimento di creditori e correntisti ai piani di salvataggio delle banche – “almeno questo problema è risolto”.

C’è anche un problema immobiliare nel settore. Le banche hanno filiali di 200 metri quadri nelle zone più costose delle città d’Italia. Quando quella filiale chiude, l’immobile rimane invenduto. Le banche devono essere gestite “come un’impresa, nel bene e nel male anche in modo drastico”.

Fonte: La 7