Italexit discussa per la prima volta in Parlamento

5 luglio 2017, di Daniele Chicca

In Europa non è più tabù parlare di uscita dall’area euro, tanto è vero che in Italia se ne è parlato persino in Parlamento. L’occasione si è presentata durante una conferenza istituzionale indetta in aula a Roma dal MoVimento 5 Stelle sul debito pubblico europeo, in cui ci si è chiesti se all’Italia conviene passare per una ristrutturazione del debito ‘monstre’ – in continua crescita se confrontato con il Pil – o se piuttosto è meglio dire addio all’Eurozona.

L’intento della conferenza parlamentare (vedi video sotto) è stata quella di deideologizzare il dibattito sulla moneta unica per approdare a soluzioni che permettano all’Italia di rinascere. Perché se nelle università di tutto il mondo se ne discute, non si può fare lo stesso nelle istituzioni politiche? Alla Camera dei Deputati si è discusso apertamente di questioni come il meccanismo di default all’interno dell’apparato della moneta unica, delle tecniche di ristrutturazione del debito sovrano, dei sistemi di pagamenti paralleli e dell’uscita dal blocco a 19.

Il dibattito sull’Italexit e l’addio all’euro è entrato per la prima volta nelle stanze del potere legislativo. Gli italiani e non solo il MoVimento 5 Stelle, hanno così avuto l’occasione di parlare apertamente di questioni che fino a qualche mese fa sembravano tabù.

Un’uscita dall’euro comporterebbe dei rischi e il solo annuncio di un referendum come promette di fare il MoVimento 5 Stelle, potrebbe tramutarsi in una profezia che si avvera da sola. Detto questo, l’iter per arrivare a indire un simile voto popolare è molto lungo e pieno di ostacoli. Per farlo bisognerebbe infatti prima cambiare la costituzione. I politici ne sono ovviamente consapevoli.

Luigi di Maio, il vice presidente alla Camera e presunto prossimo candidato premier del MoVimento 5 Stelle, ha cercato di prendere le distanze dalla proposta o per lo meno ha cercato di non passare come qualcuno favorevole all’uscita dall’euro. Di Maio ha partecipato a tutta la maratona di dibattiti di 12 ore durante la quale sono saliti sul palco anche il cofondatore del M5S, Beppe Grillo, e il figlio dell’altro fondatore, Davide Casaleggio.

È chiaro che il M5S vuole mettere in discussione il futuro dell’Italia in seno all’Eurozona, sperando di avere una sorte più felice della candidata all’Eliseo del Front National Marine Le Pen, che ha perso nettamente al secondo turno delle presidenziali francesi di inizio maggio.

Ma una certa cautela del M5S sull’Italexit non è da escludere e le ragioni sono probabilmente anche politiche. La questione dell’Italexit sarà affrontata sicuramente nella prossima campagna elettorale e sarà cruciale anche per decidere quali saranno le possibili alleanze e coalizioni in vista del voto della primavera del 2018, come ricordano i giornali andati in edicola stamattina.

Anche se il M5S ha negato di voler scendere a patti con altri partiti, se il movimento manterrà una posizione troppo estrema sull’euro, potrà aspirare ad allearsi solo ed esclusivamente con Lega Nord e Fratelli d’Italia, riducendo il proprio margine di trattativa e manovra politica, mentre se dovesse assumere una posizione più morbida nei confronti dell’Europa unita tutto sarebbe diverso.

Dibattito su Italexit e moneta fiscale

Molto spazio è stato dato alla proposta di una moneta fiscale – coupon emessi dallo Stato direttamente alla gente che se ne può servire per pagare le tasse. In concreto si tratta di crediti fiscali che consentono di dare nuovo potere d’acquisto ai cittadini. I coupon possono essere anche scambiati come se fossero moneta in circolazione.

Per aiutare i suoi connazionali in difficoltà, l’ex ministro greco dell’Economia Yanis Varoufakis ha provato ad adottare uno schema simile in Grecia, e uno dei suoi consulenti all’epoca ha offerto qualche dettaglio su come il sistema potrebbe funzionare e sul perché non è stato possibile attuarlo in Grecia.

La risposta sintetica è che richiede una preparazione logistica e tecnica straordinaria, di cui invece non hanno a disposizione la maggior parte dei governi. La domanda da farsi è poi se la moneta fiscale sia sostenibile a lungo termine, oppure se non sia solo una misura temporanea, difficile da mettere in pratica a lungo. Il dibattito in aula non ha portato a conclusioni particolari, ma è stato comunque utile per stimolare domande su temi come questo, mai affrontato prima in pubblico.

Potendo sostituire in certe situazioni la valuta nazionale, la moneta fiscale è uno strumento che si potrebbe usare in un periodo di transizione, di passaggio verso l’entrata in vigore di una nuova moneta, o è solo una mera forma di liquidità a breve termine per venire incontro alle esigenze di quei cittadini che vedrebbero depauperati i propri risparmi per via di una svalutazione massiccia della nuova moneta che entrerebbe in vigore dopo l’euro?

Tra le altre discussioni degne di nota si possono citare il paper firmato dal professore anti euro Alberto Bagnai e da Brigitte Granville, che fa una simulazione dei costi di un addio all’euro. All’inizio il conto sarebbe salato, ma sarebbe presto controbilanciato dal ritorno di una crescita contro-ciclica molto robusta. Il problema di queste considerazioni, osservano da Eurointelligence, è che la ricerca non tiene abbastanza conto degli choc finanziari multipli che dominerebbero una fase come quella dell’Italexit.

Dire addio all’euro recherebbe danni enormi al sistema finanziario europeo e non solo italiano. Gli autori inseriscono una variabile che tiene conto di una crisi bancaria maggiore, ma non è uno scenario sufficientemente negativo, per lo meno non ai livelli dell’armageddon finanziario che si scatenerebbe nel caso in cui l’Italia, terza potenza economica dell’Eurozona, decidesse di andarsene.

Un altro commento interessante che viene citato sempre da Eurointelligence nella sua analisi sul dibattito parlamentare del 3 luglio è stato quello di Heiner Flassbeck, ex funzionario del ministero tedesco delle Finanze. Nel suo intervento l’ex membro di Unctad ha sottolineato che non può essere trovata una soluzione alla crisi persistente dell’area euro a meno che non si insista nell’apportare i necessari aggiustamenti simmetrici tra i paesi membri.

Secondo lui strategicamente l’Italia, che pesa molto più della piccola Grecia – il paese che più è andato vicino a dire addio sul serio all’Eurozona – dovrebbe minacciare di abbandonare l’area euro per poter costringere la Germania e gli altri falchi della regione a cambiare politica.

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