Trader: futuro mercati si decide in Europa, non in Usa

6 Ottobre 2017, di Daniele Chicca

Gli investitori possono tranquillamente ignorare il rapporto occupazionale degli Stati Uniti di giornata e farebbero invece meglio a concentrarsi sui nuovi sviluppi di politica monetaria nel continente europeo. Mentre la crisi costituzionale in Catalogna è sull’orlo di trasformarsi in una “guerra civile”, la Bce si appresta a cambiare strategia monetaria, in una mossa che cambierà gli equilibri di rischio sui mercati mondiali.

Sul report governativo Usa di settembre il commentatore di macro economia David Finnerty per Bloomberg scrive che non ci sono grandi novità da attendersi dal momento che “qualsiasi debolezza verrà attribuita agli uragani“, mentre un risultato migliore delle previsioni in termini di salari o creazione di posti di lavoro verrà interpretato come un ulteriore riprova che ci apprestiamo ad assistere a un altro rialzo dei tassi della Federal Reserve quest’anno, nella riunione di dicembre.

Anche se tutti gli occhi a Wall Street – che ieri ha raggiunto livelli record – saranno puntati oggi sul rapporto sui posti di lavoro nel settore non agricolo di settembre, atteso alle 14.30 italiane, gli investitori in cerca del prossimo catalizzatore di mercato dovrebbero guardare piuttosto a quello che succede in Europa. Questo mese la Bce deciderà come ridimensionare il programma di Quantitative Easing, e questo potrebbe spingere in rialzo i rendimenti obbligazionari non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti, secondo Finnerty, che cita quanto avvenuto quattro anni fa.

Secondo lui ci sono forti probabilità che i rendimenti cresceranno di livello dopo la pubblicazione del rapporto occupazionale americano, ma sarà la Bce con le sue scelte strategiche a determinare il futuro andamento dei mercati azionari e del reddito fisso. In settembre il presidente Mario Draghi ha detto molto chiaramente che la maggior parte delle decisioni sul bazooka monetario verrà prese nella riunione di ottobre.

L’euro si è indebolito rispetto al dollaro da allora, ma un qualsiasi indice di irrigidimento monetario dovrebbe correre in aiuto della moneta unica e potrebbe facilmente favorire un incremento dei tassi di interesse dei Bond dell’Eurozona. Per lo meno in un primo momento. “Quando a dicembre 2013 la Fed annunciò ufficialmente il suo piano ben organizzato per rallentare il ritmo di acquisti di Bond – ricorda il commentatore – il rendimento del titolo decennale del Tesoro Usa ha reagito portandosi in due settimane di tempo sopra il 3% dal 2,8%”.

Allora anche i tassi in area euro hanno seguito a ruota. “Questa volta i ruoli potrebbero essere invertiti”, un motivo per il quale dopo la pubblicazione dei dati sullo stato di salute del mercato del lavoro statunitense nell’ultimo mese del terzo trimestre, l’attenzione del mercato si sposterà su Draghi, che non si può permettere passi falsi e dal quale per l’ennesima volta dipende la stabilità dei mercati.