Spread, con referendum governo teme effetto Brexit

15 Novembre 2016, di Daniele Chicca

Sta salendo negli ultimi giorni l’ansia mentre l’Italia è sempre più a ridosso del referendum costituzionale. Lo Spread tra Btp e Bund ha anche superato i 180 punti base. È successo ieri, mentre oggi i differenziale tra i rendimenti decennali italiani e quelli dell’omologo titolo tedesco oscilla intorno ai 170 punti.

Se il governo Renzi perde il referendum, nell’immediato sarebbero guai per il Tesoro con i costi di rifinanziamento sul mercato primario che si alzerebbero. Persino il governo stesso è consapevole che con una vittoria dei No esiste il rischio di un effetto Brexit sui mercati. Con l’apertura di una crisi politica e l’avvio di un nuovo periodo di instabilità al governo, crollerebbe la fiducia degli investitori nell’Italia.

Gli investitori sono concentrati sul referendum in Italia, che viene percepito come il rischio numero uno da qui alla fine dell’anno. Sintomo delle sofferenze sono i massimi pluriennali toccati ieri dallo Spread, attestatosi a un certo punto anche in area 184,486 punti base.

L’ampliamento del differenziale, osservano gli strategist di IG, è dovuto “a una maggiore cautela da parte degli investitori in vista del referendum costituzionale che ci sarà poco meno di 3 settimane. “Ovvio, lo Spread aumenta se c’è incertezza. Non è una minaccia, è una constatazione“, ha commentato Renzi nel corso di un’iniziativa pro referendum a Bergamo.

Pur convinto che il Sì alla fine la spunterà Renzi ha riconosciuto di essere stato “bidonato” da alcuni avversari politici come il MoVimento 5 Stelle, che inizialmente si era detto favorevole a una riforma del Senato per dire addio al bicameralismo perfetto e risparmiare qualche soldino alla voce spese pubbliche, riducendo i costi del Parlamento.

Il partito all’Opposizione però non è d’accordo sul come avverrà la riforma. La modifica più importante riguarda il capitolo V della legge costituzionale e il sito della Camera ha messo a disposizione uno strumento utile di confronto tra quella che sarà la norma prima e dopo il voto in caso di vittoria dei Sì.

“Io faccio il presidente del Consiglio solo se posso cambiare le cose”, ha promesso un Renzi ancora agguerrito nonostante i sondaggi diano i No in testa. Renzi non è uno sprovveduto ed è conscio che sul referendum potrebbe esserci un effetto Brexit e un effetto Trump.

“Il voto anti-sistema c’è, è un dato di fatto. Ma al referendum chi è l’antisistema? Un gruppo di persone che sta cercando di cambiare l’Italia o i professoroni che prendono 20.000 euro di pensione?”, ha osservato il premier. “Se vince il no tutto rimane com’è, in questo modo l’Italia resterà un sistema che favorisce instabilità, inciuci, accordicchi”.

Renzi ha provato a difendere la riforma, dicendo che garantirà maggiore stabilità di governo. Con Camera e Senato uguali “in Italia c’è un doppio controllo che è un super freno a mano tirato che non c’è da nessuna parte. In termini di innovazione l’Italia non corre come gli altri Paesi e sicuramente la colpa è della politica ma anche di un sistema burocratico che frena“, ha detto ancora rimarcando che con il superamento del bicameralismo paritario “la Camera dei deputati diventa più importante di quella del Senato”.

Per passare, essendo un referendum confermativo di una legge (Boschi) già approvata dalle Camere ma che non ha ricevuto la maggioranza dei due terzi necessaria per trasformarla in riforma senza passare dal voto popolare, basterà un voto in più del 50% e non serve il raggiungimento del quorum come nel caso dei referendum abrogativi.

Parisi: se vincono i No si cambi l’Italicum e poi alle urne

L’ipotesi più probabile in caso di vittoria dei No è che il governo venga sostituito da un esecutivo traghettatore messo in piedi giusto per varare le riforme più urgenti, tra cui quella della legge elettorale. Il passo successivo sarebbe quello di tornare alle urne nel 2017, con elezioni anticipate rispetto alla data di scadenza della legislatura prevista per il 2018.

Lo ha spiegato bene ieri Stefano Parisi del centro destra: “cambiare la legge elettorale e andare subito a elezioni per un governo stabile” è la linea indicata dalle Opposizioni. Il problema sarà come gestire il caos che si creerà in caso di vittoria dei No.

Per questo Parisi ha anche cercato di tranquillizzare gli animi in vista del voto del 4 dicembre: “noi ci sentiamo di dover tranquillizzare il nostro paese e evitiamo di danneggiarlo: noi ci candidiamo ad essere l’alternativa al governo Renzi”, ha aggiunto Parisi, secondo il quale, però, è il centrodestra dei moderati che può avere chance e non le opposizioni più radicali: “noi ci candidiamo”, mentre con la leadership del leghista Matteo Salvini, il quale “ha detto di essere il leader della destra, non si vince”.

Con l’avvicinarsi dell’appuntamento con il referendum costituzionale, per il governo Renzi si mette sempre peggio. Gli ultimi sondaggi danno un margine di vantaggio più ampio al fronte dei No alla riforma della legge costituzionale e in particolare dell’articolo V.

Quando mancano meno di tre settimane al voto popolare, i 32 sondaggi pubblicati dal 21 ottobre a oggi da 11 gruppi differenti, danno tutti il No in testa e in linea generale il distacco si è ampliato a favore di chi è contro la riforma. Nei tre sondaggi pubblicati ieri, i No sono in vantaggio di 5 punti per IPR Marketing e di 7 punti per Tecne. Secondo EMG Acqua il divario è di sei punti. Trattandosi di un referendum confermativo e non abrogativo, perché il voto venga convalidato non serve il raggiungimento del quorum.