Scontro tra Renzi e Bersani. Tragedia PD, ultimo atto

10 Ottobre 2016, di Laura Naka Antonelli

Andrà di scena oggi l’ultimo atto della tragedia interminabile del PD, partito kamikaze dilaniato dai continui botta e risposta dei suoi componenti? Convocata per oggi la direzione del partito, grande attesa dopo il botta e risposta tra Pierluigi Bersani e il premier Matteo Renzi, dopo che il primo ha spiegato la sua decisione di votare NO al referendum.

Su Twitter compare l’hashtag #direzionepd e gli schieramenti principali sono quello pro-Renzi e quello anti-Renzi (così come nel caso del referendum). Ci sono poi molti che sono stufi di parlare di questa saga senza fine.

Si parla di rottura insanabile, di una lacerazione che non può essere più rimandata, di un Pd ostaggio della minoranza che fa ostruzione contro se stesso, di un Pd insomma che è causa della sua morte.

Lo scontro è stato reso più infuocato dallo sfogo di Bersani nella sua intervista al Corriere:

“Sono stato trattato come un rottame. Non ho ragioni per difendere D’Alema, ma deve esserci un limite a questa cosa volgare del vecchio e nuovo, che riguarda le idee e i protagonisti di una stagione. Nell’Ulivo c’erano anche idiosincrasie e liti furibonde, ma perbacco c’era una cosa da tenere assieme e c’era il rispetto, tanto che D’Alema propose Veltroni segretario e Prodi presidente della Commissione europea”.

Dalle pagine del quotidiano Bersani toglie praticamente la fiducia a Renzi:

“Renzi proverà a stanarmi con una proposta sull’Italicum? Chiacchiere. Lo riteneva ottimo e perfetto, tanto che lo approvò con la fiducia. E ora non mi venga a dire che darà l’incarico a Zanda e Rosato di trovare un sistema migliore. Non mi si può raccontare che gli asini volano. Vediamo in direzione, ma io non mi aspetto nulla”.

E così il Corriere:

“Uno strappo che il leader della minoranza considera inevitabile, non tanto per il merito di una riforma votata anche dalla sinistra dem, quanto per le prospettive politiche disegnate dal «combinato disposto» con l’Italicum. È un Bersani deluso e turbato quello che alle 23 di venerdì era ancora lì a ragionare e a sfogarsi nel gremito Auditorium Sant’Ilario, durante un confronto con Giuliano Pisapia organizzato dall’associazione Alice: «Se parlo fuori è perché nel Pd non si può. In un anno e mezzo non ho mai avuto occasione di discutere di riforme nel partito. E dire che un po’ ci capisco”.

Ma Renzi proprio non ci sta:

“Bersani ha votato per tre volte la riforma”. “Questa riforma non l’ho scritta io da solo a Rignano sull’Arno, è stata due anni e quattro giorni in Parlamento. Bersani l’ha votata tre volte, se cambia idea per il Referendum ognuno si farà la sua opinione”.

E oggi, intervenendo all’assemblea di Assolombarda, il premier torna a spiegare le sue ragioni:

“Sono convinto delle nostre potenzialità a condizione che l’Italia smetta di essere la patria delle divisioni e cominci ad essere la patria della visione. Sono presidente del Consiglio da due anni e mezzo. Il fatto che sia diventato presidente del Consiglio, non lo dico come una battuta, significa che in Italia tutto è possibile. Non vengo da una famiglia importante, non ho quarti di nobiltà. E dopo questi due anni e mezzo, vengo a dire che sono più convinto del giorno uno delle nostre potenzialità. Non si può continuare a dire sempre ‘no’ senza proporre una alternativa”.