Putin media tra Siria e Israele per strappare accordo di pace clamoroso

28 Novembre 2017, di Daniele Chicca

Indiscrezioni al fulmicotone giungono dal fronte del calderone Mediorientale. Secondo il Jerusalem Post, che cita fonti israeliane e del mondo arabo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe minacciato di attaccare tutti gli stabilimenti e asset iraniani nel raggio di 40 chilometri dal confine di Israele con la Siria, nella parte nordorientale del paese. La notizia sarebbe clamorosa e l’operazione militare scatenerebbe un’escalation del conflitto per procura già estremamente sanguinolento nella regione.

Il quotidiano israeliano riferisce tuttavia che sarebbe in dirittura d’arrivo anche un negoziato di pace tra il presidente della Siria Bashar al-Assad e il leader di Israele Netanyahu, in cui a fare da mediatore sarebbe il presidente della Russia – Stato in teoria alleato dell’Iran in Siria – Vladimir Putin. Anche se il report non ha trovato ancora conferme ufficiali, l’ultimatum di Netanyahu e il tentativo di scendere a patti con il governo siriano potrebbe essere la svolta decisiva per decidere le sorti della Siria e dell’intera area circostante minacciata dall’ISIS. Potrebbe essere il catalizzatore che farà scatenare un’escalation militare in Medioriente, oppure il primo passo per mettere fine alle ostilità in Siria e portare stabilità nell’area.

Forse non a caso, la notizia arriva in concomitanza con una visita inaspettata e molto rara di Assad a Sochi, in Russia, dove i due leader si sono incontrati prima di un colloquio trilaterale con Turchia e Iran sul futuro della Siria. Tel Aviv intanto da mesi va avanti con minacce verbali e non, alternando raid aerei a messaggi provocatori rivolti alla Siria.

Qualche settimana fa Arabia Saudita e Israele – nemici storici – sembra abbiano unito le forze per combattere tutte le forze filo iraniane in Medioriente, dagli Houthi in Yemen fino al gruppo armato Hezbollah in Libano, ma evidentemente Netanyahu sta cercando di allargare la platea di potenziali alleati contro Teheran.

Il premier israeliano ha visto Putin durante un summit svoltosi in agosto al termine del quale Netanyahu, guida del partito di destra Likud, ha dichiarato: “non possiamo dimenticare per un solo minuto che l’Iran minaccia ogni giorno di distruggere Israele. Ci difenderemo con ogni mezzo contro questa e qualunque altra minaccia” alla sopravvivenza di Israele.

Il leader dei conservatori e di Israele ha aggiunto che Gerusalemme “ẻ contraria al coinvolgimento di Teheran in Siria”. Dopo mesi di parole e minacce, Israele sembra sia intenzionato a passare all’azione: citando una fonte interna all’apparato governativo israeliano, il quotidiano del Kuwait Al Jarida scrive che le autorità puntano a distruggere tutti gli stabilimenti iraniani che si trovano nel raggio di 40 chilometri dalle Alture del Golan, a nord di Israele.

La fonte, che ha chiesto di restare anonima ha però precisato che durante la visita a sorpresa di Assad in Russia la settimana scorsa, Assad ha chiesto a Putin di fare recapitare un messaggio importante a Netanyahu: nell’ambito di un accordo tra i due paesi rivali, Damasco sarebbe disposto ad accettare di demilitarizzare l’area che si estende per 40 chilometri a partire dalla frontiera del Golan, ma solo se Israele in cambio rinuncia agli sforzi diplomatici per rimuovere dal potere di Assad. Ẻ su questo punto che finirebbero per convergere le prospettive geopolitiche di Israele e Russia in Siria.

Netanyahu pare abbia accettato di firmare l’intesa, grazie anche alla mediazione di Putin, pur ricordando però che l’obiettivo di Israele resta quello di eradicare la presenza di Iran e Hezbollah dalla Siria e dalle zone di conflitto della regione. Secondo la fonte per Gerusalemme Assad è l’ultimo membro di rilievo della comunità alauita – gruppo religioso sciita non riconosciuto dai sunniti che venera Ali ibn Abi Talib, cugino e genero del profeta Maometto – pertanto un cambio di regime in Siria (o almeno un governo con rapporti meno saldi con l’Iran) sarebbe uno sviluppo gradito a Israele.

Intanto sui mercati la tensione è palpabile, con i prezzi del petrolio che sono volatili in attesa della riunione dell’Opec di giovedì 30 novembre. I trader si aspettano un’estensione del piano di tagli alla produzione di barili di greggio, ma Putin – leader del maggiore paese produttore ed esportatore di risorse energetiche tra quelli non facenti parte del cartello – potrebbe all’ultimo momento tirarsi fuori dall’accordo: questo manderebbe i mercati in subbuglio, spingendo i valori del petrolio in deciso ribasso. Goldman Sachs teme che l’Opec possa deludere, non riuscendo a trovare un’intesa per prolungare l’accordo di nove mesi.