Premier graditi a grandi intese, riecco Prodi e Amato

23 Novembre 2017, di Alberto Battaglia

Nella sempre più diffusa convinzione che dalle elezioni di primavera non emergerà, con questa legge elettorale, nessun vincitore in grado di raccogliere una maggioranza di governo omogenea, Pd e Forza Italia stanno già ragionando su quali nomi proporre alla controparte per assumere la carica di premier in un futuro governo di larghe intese. I nomi che circolano negli ambienti con maggiore ricorrenza sarebbero tre: Mario Draghi, Romano Prodi e Giuliano Amato.

È quanto scrive Claudio Tito in una ricostruzione su La Repubblica, citando ambienti di Arcore e del Partito democratico. Mario Draghi, però, è determinato a terminare il suo mandato alla Bce, in scadenza il 31 ottobre 2019, assai più in là del necessario. Restano i due ex presidenti del Consiglio, due uomini di alto profilo istituzionale considerati in grado di mediare fra le diverse anime di una possibile coalizione.

Nel dettaglio, secondo quanto riferito da alcune fonti vicine a Silvio Berlusconi, il leader di Fi sarebbe propenso a proporre Amato: “Se ci fosse bisogno di un esecutivo da ‘Grande Coalizione’ come è stato e forse sarà ancora in Germania, potremmo convincere il Pd solo lanciando un personaggio che vada bene a entrambi. Una figura tipo Amato, che io stimo e che loro non possono bocciare”, avrebbe detto l’ex cavaliere, che in caso di vittoria più netta avrebbe in mente Tajani, Romani o Gianni Letta per la carica di premier.

Sul fronte dem, invece, è quello dell’ex avversario di Berlusconi, Romano Prodi, il nome più gettonato: “Può essere che ci si ritrovi tutti dopo il voto su una figura alta come Prodi”, ha detto Michele Ragosta, parlamentare di Campo progressista, “Per me Renzi dovrebbe fare il segretario e Prodi unire come candidato premier”, ha dichiarato invece il deputato dem Giacomo Portas.

Anche Draghi, in scadenza di contratto con la Bce che presiede fino a novembre 2019, potrebbe essere chiamato in causa. L’esperto banchiere romano, ex Goldman Sachs e Bankitalia, si definisce un liberal-socialista, né di destra né di sinistra. Il suo orientamento, il suo prestigio e il fatto che sia ammirato all’estero, oltre alla sua esperienza ai vertici europei, da dove ha contribuito a superare il peggio della crisi dei debiti sovrani, ne fanno il candidato ideale per le larghe intese.