Patuelli (Abi): stress test, “corto circuito” su banche. “Basta con Italia fuori euro”

7 Novembre 2016, di Laura Naka Antonelli

Fino a che punto sono utili gli stress test sulle banche? Fino a quale punto, in particolare, quello che dovrebbe essere uno strumento per valutare la solidità patrimoniale di un istituto finisce con il creare, una volta noti i risultati, un tale panico da minare le stesse fondamenta del sistema finanziario? Sono domande che si pone il numero uno dell’Abi, Antonio Patuelli. Patuelli non nasconde il rischio che gli stress test abbiano un effetto negativo sulle banche, da “corto circuito” e che quindi vadano ripensati.

Così il presidente dell’ Abi, parlando nel corso di un seminario, parlando del caso MPS:

“Questa cosa che bisogna fare lo stress test, che i risultati non sono vincolanti, ma poi appena vengono fuori fanno impazzire tutti, è un corto circuito che bisogna ripensare”. “In Italia tutto è modificabile, mentre di fronte a una normativa europea si reagisce come fossero le tavole di Mosè. Basare gli indici patrimoniali sui risultati degli stress test è un meccanismo estremizzante e produce una concatenazione di estremizzazione”.

Detto questo, Patuelli preferisce non sbilanciarsi troppo sul destino di Mps:

“Il primo azionista della banca è il ministero dell’economia, che è un’istituzione autorevolissima e può interloquire con chiunque. Io non mi occupo di singoli casi e, a maggior ragione, non mi occupo di singoli casi in cui il primo azionista è il governo”.

L’Europa e il suo sistema basato su regole eccessive viene chiamata in causa anche riguardo al caso delle quattro banche salvate con la procedura di bail-in. Il numero uno dell’Abi non nasconde a tal proposito la propria amarezze e individua nelle “burocrazie europee” la responsabilità delle pressioni sulla vendita delle quattro good bank risorte dalle ceneri di Banca Marche, Banca Etruria, CariChieri e CariFerrara. Gli istituti europei premono infatti sulla velocizzazione della loro cessione.  Il funzionario sottolinea:

“E’ positivo che si concluda la vicenda delle quattro banche, ma ritengo che le burocrazie europee abbiano una fortissima responsabilità in proposito. C’è un termine di due anni perchè vengano vendute ma i termini ravvicinati che vengono imposti all’Italia, perchè il soggetto è l’Italia, crea forti danni al Paese che in parte vanno alla reputazione complessiva dell’Italia come mondo produttivo, economico e finanziario e vanno come costo sulle banche”. Insomma, “per me l’unico termine tassativo è il 21 novembre 2017: tutto il resto sono auspici o pressioni ordinatorie”.

A tal proposito Patuelli con un sarcasmo malcelato sottolinea che le banche italiane pagheranno presto un’ulteriore “fattura” per sostenere il costo della risoluzione delle quattro banche, se questa pressione europea per la loro cessione continuerà. Non mancano gli elogi e l’effetto sorpresa che si avrà a suo parere dal sistema bancario italiano:

“Come Intesa Sanpaolo si è piazzata tra le migliori in Europa negli stress test estivi, così le banche operanti in Italia nei prossimi anni daranno delle sorprese positive all’Europa. Lavoriamo su questo e siamo razionalmente convinti di riuscirci”. Anche perchè “non c’è nessun paese dell’Ue in cui siano in atto dei cambiamenti così profondi come in Italia”. Dunque, “quando cominceranno a germogliare un po’ le riprese dei tassi, per noi gli effetti saranno superiori perchè le banche sane hanno fatto e stanno facendo le ristrutturazioni”.

Patuelli mette poi in guardia anche dal dibattito sull’ipotesi di una uscita ipotetica dell’Italia dall’ Eurozona: un dibattuito a suo avviso nocivo, che danneggia la “credibilità internazionale” e si traduce in un aumento dello spread:

“Invito a non bloccarsi su questo dibattito, perchè il solo dibattito sulla permanenza nell’euro ci costa credibilità internazionale e spread. Se non avessimo la Bce col suo ombrello protettivo, lo spread non sarebbe a 150 ma a un multiplo”.