Salari Usa: rialzo più intenso da metà 2009, ma c’è un problema

2 Febbraio 2018, di Daniele Chicca

Il report occupazionale Usa ha battuto le aspettative di mercato e gli economisti e il governo Trump saranno entusiasti nell’aver visto i salari orari crescere in media del 2,9% in gennaio su base annuale. Si tratta di un risultato superiore alle stime, che erano per un aumento del 2,6%, e del rialzo maggiore da giugno 2009. Il dato suggerisce che l’inflazione potrebbe finalmente risalire e questo spianerebbe la strada a un ciclo di rialzo dei tassi aggressivo da parte della Federal Reserve.

Nel primo mese dell’anno gli Stati Uniti hanno creato 200 mila posti di lavoro, più dei 180 mila attesi dagli analisti. Come previsto il tasso di disoccupazione è rimasto invariato ai minimi pluriennali del 4,1%. Alla luce dei numeri positivi del rapporto governativo e in particolare dell’incremento finalmente convincente dei salari orari, Bill Gross, gestore di Janus Henderson, prevede già che il rendimento dei Treasuries decennali toccherà presto la soglia di pericolo – per il mercato obbligazionario – del 3%, che potrebbe dare la stura a ulteriori vendite. Ma le cifre relative alle retribuzioni orarie celano un piccolo problema.

La ragione principale per cui i salari orari sono cresciuti è da ricercare nel cambiamento delle ore settimanali lavorative, che sono calate dalle 34,5 ore di dicembre alle 34,3 di gennaio. La flessione rispetto a gennaio 2017 è – guarda caso – del 2,9%. In media i salari settimanali sono scesi rispetto a dicembre, assestandosi a 917,8 dollari dai $919,43 del periodo antecedente. Rispetto all’anno scorso i salari settimanali sono mediamente cresciuti del 2,6% contro il +3% precedente.

Sui mercati finanziari, in seguito alla pubblicazione del report, soprattutto per via del dato sulla carta convincente riguardante i salari, il dollaro Usa si sta rafforzando, e lo stanno facendo anche i rendimenti dei Treasuries americani, che salgono ancora di livello, mentre Borse e oro vengono presi di mira dai ribassisti.

L’azionario continua a essere messo a dura prova dal rialzo dei rendimenti obbligazionari, sia negli Stati Uniti, sia in Germania. Alcuni gestori – tra cui i guru dei Bond Jeff Gundlach, CEO di DoubleLine Capital, e Gross – hanno sottolineato che un livello tra il 2,7 e il 3% (ossia dove si trovano ora i tassi dei Treasuries a 10 anni) manderebbe un segnale di pericolo per tutti i mercati, in quanto potrebbe aprire una fase ribassista per l’obbligazionario. Il livello viene ritenuto da molti osservatori di mercato come un catalizzatore negativo anche per le Borse.