Mps non è più una banca italiana. Aumento capitale: opzione greca?

16 Settembre 2016, di Laura Naka Antonelli

Le continue indiscrezioni e i retroscena che circolano da giorni su quanto sta accadendo nei piani alti di Mps solleva un interrogativo: ma Mps è ancora una banca italiana? Chi sta tessendo le fila del suo destino, oltre alla Bce che ha praticamente imposto all’istituto una operazione di aumento di capitale? E’ sempre più evidente che anche la Bce abbia qualcuno a rispondere, in una sorta di scala gerarchica che vede l’Italia all’ultimo posto.

Il capo assoluto sembra essere il colosso bancario Usa JP Morgan, consulente di Mps dallo scorso giugno che, secondo quanto hanno rivelato fonti vicine all’ex amministratore delegato Fabrizio Viola, sarebbe “entrata in banca senza bussare”, imponendo la cacciata di Viola e la nomina del nuovo ceo, Marco Morelli.

Morelli, ormai ex numero uno di Bank of America Merrill Lynch in Italia, è stato a Siena dal 2003 al 2010 occupandosi di diverse questioni, tra cui anche la controversa operazione di acquisto di Antonveneta. Tanto da essere stato anche indagato, prima dell’archiviazione, per l’operazione fresh, il prestito convertibile da 1 miliardo di euro, in parte collegato all’acquisizione di Antonveneta.

Mentre l’Italia si interroga su come JP Morgan stia forgiando il futuro di Mps, cresce lo scetticismo verso un’operazione vitale, quella dell’aumento di capitale, sempre più in stile “Mission Impossibile”. Uno stesso recente sondaggio di Reuters tra diversi gestori ha messo in evidenza che “gli investitori sono riluttanti a sostenere la raccolta di capitali freschi”. Perchè?

Il principale deterrente per gli investitori è proprio, secondo i quattro fondi europei citati da Reuters, la montagna di 45 miliardi di euro di crediti deteriorati. Da quando a luglio è stato annunciato l’aumento di capitale, la terza ricapitalizzazione in tre anni, “sono stati sondati centinaia di investitori ma l’interesse è tiepido”, ha affermato una fonte sentita da Reuters. Leggi Paura per Mps, non si trovano gli investitori

E allora? Allora prende sempre più forma il piano B, quello che si basa sulla conversione dei bond.

Un’operazione di cui ha parlato diverse volte la stampa nei giorni scorsi, lanciando tra l’altro anche un allarme per i detentori delle obbligazioni subordinate di Mps. Già le due parole “obbligazionisubordinate” fanno andare nel panico quei risparmiatori inconsapevoli, che le hanno acquistate quando non sapevano neanche cosa fosse il bail-in, ben prima della tragedia delle quattro banche (Banca Marche, CariFerrara, CariChieti, Banca Etruria) diventate ora good bank (ma che nessuno vuole, sembra, se non a prezzi stracciati).

Un recente articolo ha anche parlato di un “prendere o lasciare” di Mps ai detentori di queste obbligazioni, di un piano che includerebbe anche un ricatto.

Questo tipo di obbligazioni di Mps ammontano a 5 miliardi: 3 sottoscritti da operatori istituzionali, 2 miliardi dalla piccola clientela (retail).

Ora è ben noto che il bail-in prevede che in caso di crac gli obbligazionisti, dopo gli azionisti,  partecipino al salvataggio dell’istituto, perdendo tutto. Quale scelta avrebbero dunque se, dietro la regia di JP Morgan, gli advisor di Mps chiedessero una adesione all’operazione di aumento di capitale con una svalutazione del portafoglio del 40%? Nessuna visto che, se non accettassero quella svalutazione, con il bail-in perderebbero praticamente tutto. Si è parlatodi ultimatum agli obbligazionisti, insomma.

Anche Il Sole 24 Ore parla oggi dell’ipotesi di convincere gli obbligazionisti ad accettare la conversione, magari introducendo un quorum di adesione al di sotto del quale la conversione sarebbe automatica e a condizioni – si suppone – più penalizzanti (è il modo con cui sono andate in porto. per esempio, alcune operazioni di conversione delle azioni di risparmio)”

Ma oggi Il Sole 24 Ore parla anche dell’opzione di un salvataggio alla greca, per Mps. Il riferimento è alle due banche elleniche Eurobank e Alpha Bank, che sono riuscite a ottemperare ai diktat della Bce raccogliendo nuovi capitali, direttamente sul mercato. Lo schema su cui si sta ragionando – secondo quanto risulta a Il Sole-24Ore – “ricalca appunto il modello delle banche greche che sono riuscite a centrare l’obiettivo. Guarda caso, a strutturare tutta l’operazione per la terza banca di Atene – Eurobank, che è riuscita a portare a casa più di 2 miliardi da investitori istituzionali privati, long term only e hedge fund prevalentemente Usa – ha lavorato proprio il team di Mediobanca che affianca JP Morgan alla guida del pre-consorzio Mps.

Il Sole snocciola i dettagli di quella operazione:

“il consorzio per l’aumento di capitale, in qualità di global coordinator, era guidato da Bank of America-Merrill Lynch (la banca d’affari da cui proviene il neo-ad di Mps Marco Morelli), Hsbc e Mediobanca. La ricapitalizzazione è stata gestita come un private placement presso investitori istituzionali, raccogliendo, prima del lancio dell’offerta, l’impegno a sottoscrivere 453 milioni di euro da un gruppo ristretto di  investitori. L’80% dei capitali richiesti è arrivato dal collocamento azionario, il 20% da uno swap volontario bond-azioni (liability management exercise), operazione per la quale la stessa Mediobanca ha svolto il ruolo di advisor strategico e lead manager”.

Il punto che il quotidiano finanziario mette in evidenza è che, “se ci è riuscita una banca greca all’interno di un problema sistemico e con alle spalle un paese alle corde, la “mission impossible” potrebbe riuscire anche a Mps: questa la logica”

Tutto questo avviene in un momento in cui Mps sta anche preparando la maggiore cartolarizzazione di sofferenze in bilancio della storia, mai effettuata in precedenza da un istituto europeo o di qualsiasi altro paese. In gioco ci sono più di 27 miliardi di sofferenze – 9 miliardi al netto delle garanzie -, che potrebbero avere un valore di cessione dell’ordine del 33%. Tutto, però può ancora cambiare, dal momento che è in corso la due diligence .Soltanto dopo la cartolarizzazione, si potrà pensare all’aumento di capitale.

Intanto, all’indomani delle dimissioni del presidente di Mps Tononi, secondo La Repubblica il prossimo presidente di Mps potrebbe essere Fabrizio Saccomanni, ministro del Tesoro durante il governo Letta e ancora prima dg di Bankitalia e tra l’altro grande amico del presidente della Bce Mario Draghi.