Jobs Act, Consulta boccia indennità che ha sostituito art. 18

26 Settembre 2018, di Alberto Battaglia

Il Jobs Act, la riforma del lavoro che in materia di licenziamenti illegittimi ha eroso in misura determinante le fattispecie che potevano condurre al reintegro del lavoratore, è stato bocciato da una sentenza della Corte Costituzionale.

Il punto contestato riguarda proprio il meccanismo che prevede un indennizzo a beneficio del lavoratore licenziato illegittimamente che deve essere necessariamente proporzionato alla durata del rapporto di lavoro intrattenuto.

Con le parole stesse della Consulta, viene dichiarato “illegittimo l’articolo 3, comma 1, del Decreto legislativo n.23/2015 sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, nella parte che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato“.

In sintesi, il problema consiste nel fatto che non si lascia abbastanza flessibilità al giudice, il quale non avrebbe margini di discrezionalità nel determinare l’indennità per licenziamento illegittimo. Ciò proprio perché, come scrive la Consulta, si tratta di importi determinati “in modo rigido”. Nel dettagli l’importo è “pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a quattro e non superiore a ventiquattro mensilità”.

Il Decreto dignità ha alzato tale forchetta da 6 a 36 mesi, rendendo l’indennizzo più generoso, ma senza intaccare il principio di fondo: il lavoratore di lungo corso ha più diritti dell’ultimo arrivato, a prescindere dal torto subito.

Indennità contraria ai principi di uguaglianza

Secondo la Corte Costituzionale, questo modo di assegnare l’indennità sarebbe contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione (quelli dedicati al riconoscimento del diritto al lavoro e alla tutela del lavoro).

Il Jobs Act è stata la riforma faro del governo Renzi, ma non è riuscita – dati alla mano – a risolvere il problema della disoccupazione in Italia. Dopo un calo del tasso percentuale intorno all’11% nel 2017, grazie anche agli sgravi fiscali per le aziende che decidevano di assumere (poi terminati), da allora il tasso dei disoccupati ha oscillato tra il 10,5% circa e l’11%. E sebbene sia scesa dal 32,5% di gennaio, al 30,8% quella giovanile rimane ancora decisamente alta.

Dal inizio 2018, quando era pari al 11,1% (dati Istat), la percentuale di senza lavoro in Italia è scesa per la verità anche fino al 10,4% in luglio – minimi da marzo 2012. Ma in quel caso a contribuire alla flessione è stato anche l’incremento su base mensile del numero di inattivi, 89 mila unità in più rispetto a giugno.