Fmi lancia appello a Bce e alert su cinque banche italiane

8 Luglio 2016, di Alberto Battaglia

Il Fondo Monetario Internazionale FMI è preoccupato. Le sfide che incombono sull’ economia dell’Eurozona sono aumentate con il concretizzarsi dello scenario Brexit, ma anche a causa della situazione in cui versano le banche dell’area euro, alle prese – soprattutto quelle italiane – con il problema dei crediti deteriorati. Tanto che, nel rapporto Articolo IV che è stato redatto a seguito della missione di monitoraggio annuale dell’Eurozona, l’FMI parla espressamente delle banche italiane.

Ma c’è un altro fattore che preoccupa l’Fmi, ormai da tempo. E ‘l’inflazione, grande assente nel panorama economico dell’area euro. L’istituzione di Washington lancia così un chiaro appello alla BCE, invitandola a considerare l’opzione di espandere il suo programma di Quantitative easing, nel caso in cui le pressioni inflazionistiche dovessero rimanere ai livelli minimi attuali.

“Considerato l’outlook molto debole relativo all’inflazione, la Bce dovrebbe prepararsi a misure ulteriori di allentamento monetario, nel caso in cui l’inflazione rimanese inferiore al percorso anticipato di aggiustamento. Le pressioni disinflazionistiche rimangono forti, con 11 paesi che hanno assistito a una inflazione negativa nel mese di maggio” e con effetti che stanno pesando sull’inflazione core.

Detto questo l’Fmi mostra una certa cautela nell’affrontare lo scenario dei tassi negativi, dal momento che questa politica rischia di zavorrare la redditività delle banche dell’area euro.

“Ulteriori tagli potrebbero pesare sulla redditività delle banche”, ammette.

In generale per l’Eurozona, “i rischi al ribasso sono cresciuti. La domanda esterna potrebbe indebolirsi, mentre i rischi politici sono saliti in modo significativo, particolarmente a causa” della situazione del Regno Unito.

Di qui, la decisione di tagliare le stime sul Pil dell’Eurozona dal +1,6% precedentemente stimato ad aprile, al +1,4% per il 2017.

L’altro grande mal di testa dell’Fmi è provocato appunto, dalle banche italiane.

In realtà Washington ritiene che le banche italiane siano redditizie – come scritto nello stesso rapporto reso noto oggi – con un RoE netto che si attesta allo 0,7%. Tuttavia, tra i 15 istituti italiani esaminati ce ne sono alcuni che subirebbero perdite con l’erogazione di nuovo credito, a causa degli elevati costi nella gestione dei rischi. Si tratterebbe in tutto di cinque banche italiane.

Così è scritto nel report dell’FMI:

“L’allentamento creditizio della BCE migliorerà la redditività delle banche dell’area euro, ma alcune banche italiane più piccole continueranno a registrare perdite (…) I prestiti potrebbero rimanere non redditizi per cinque banche italiane (che rappresentano il 7% circa dei volumi di prestiti totali delle banche che sono state esaminate)”.

Ancora, lo staff dell’Fmi scrive che:

“lo scenario di base per le banche italiane mostra che le banche (italiane) faranno profitti su ogni eventuale attività di erogazione di prestiti che avverrà nei prossimi cinque anni (a un RoE su base netta del 3,8%), anche con le stime più conservative relative agli accantonamenti. (..) Tuttavia, negli scenari che sono relativi alla stagnazione o che prevedono rischi al ribasso la media del RoE su base netta scenderebbe rispettivamente allo 0,9% e al -5,5%”.

In generale, a tutta l’Eurozona, lo staff dell’Fmi rivolge un invito:

“E’ necessario disporre di una strategia completa per affrontare il problema dei NPL (non-performing-loans), ovvero crediti deteriorati, che possa far parte di una strategia più ampia che tenda a promuovere il consolidamento di alcuni sistemi bancari”.