Debito Italia si gonfia ancora e senza aiuti Bce, interessi costeranno 800 milioni in più

15 Giugno 2018, di Daniele Chicca

Si complicano i piani del governo per un taglio delle tasse, per misure in deficit e per maggiori investimenti nel welfare. Due sono le novità che non giocano a favore di Lega e M5S. In primis l’aumento ulteriore del debito pubblico italiano, certificato dalle ultime cifre di Bankitalia.

Il debito pubblico, già pari a circa il 132% del Pil, si è espanso in aprile, dice Banca d’Italia. Le passività delle amministrazioni pubbliche sono cresciute di 9,3 miliardi rispetto al mese di marzo, gonfiandosi a quota 2.311,7 miliardi di euro. L’idea dell’esecutivo sedicente “del cambiamento” e del ministro dell’Economia Giovanni Tria è quella di ridurre il rapporto debito/Pil con la crescita.

Ma secondo i calcoli dell’osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli, la fine del piano di acquisto dei titoli finanziari della Bce, sancita ieri da Mario Draghi, costerà all’Italia 800 milioni di interessi in più da pagare quest’anno, mentre nel 2019 supereranno i 3,7 miliardi circa. Sono risorse che sarebbero tornate utili al governo Conte per “smantellare pezzo per pezzo”, come ha annunciato Matteo Salvini, la legge Fornero, oppure per varare la flat tax e il reddito minimo garantito, pio desiderio del M5S.

In queste condizioni, invece, la manovra per il 2019 non potrà essere finanziata tutta in deficit, né rinunciare a coperture certe. Il capo economista di Intesa Sanpaolo Gregorio De Felice, citato da La Stampa, è meno pessimista dello studio di Cottarelli, ricordando che “da ottobre il piano andrà avanti altri tre mesi e per un ammontare lievemente più alto di quello che avevamo previsto”, ossia quindici miliardi al mese anziché dieci.

Secondo l’economista a contribuire in positivo sarà anche il reinvestimento dei titoli già presenti nel portafoglio della Bce. Detto ciò, è al contempo innegabile che “stiamo entrando in una nuova era” e che quella durata dieci anni del denaro facile volge al termine. Si tratta anche di un discorso di fiducia dei mercati nel sistema Italia.

Il piano ha rappresentato un vantaggio enorme per gli Stati meno virtuosi e più indebitati, ma anche per molte delle aziende quotate che emettono obbligazioni. La Bce ha infatti acquistato a piene mani corporate bond, non solo titoli governativi.

Se l’Italia ha soltanto da perderci, a guadagnarci dovrebbero invece essere i risparmiatori e gli investitori in titoli di debito, come i fondi pensione, che vedranno i loro rendimenti salire. Se la disattivazione del bazooka monetario avverrà gradualmente come sembra, con Draghi che ha assicurato che il ricavato sarà investito dove serve anche nella prima parte del 2019, dopo la fine del QE, allora la crescita dell’Eurozona non dovrebbe essere gran che compromessa.

La Bce ha rivisto al ribasso le stime per il PIL dell’area euro nel 2018, di tre decimali, ma le previsioni per i due anni successivi, 2019 e 2020, sono rimaste intatte al +1,9% e +1,7%, nell’ordine.

“Mario Draghi è riuscito a ottenere l’impegno scritto a tenere i tassi ai livelli attuali fino a settembre dell’anno prossimo. Il caso vuole che la scadenza coincida o quasi con la fine del suo mandato da governatore” e dunque sarà ricordato come “il governatore più espansivo della storia Bce“, sottolinea La Stampa.

In effetti Draghi potrebbe andarsene senza aver mai imposto una stretta monetaria. I mercati non se lo aspettavano: puntavano difatti su una stretta monetaria intorno a giugno 2019. È il motivo principale per cui l’euro ha perso terreno ieri sui mercati valutari scendendo sotto quota 1,17 dollari.

Tra l’altro quando “Draghi avrà tolto i libri dalla stanza al penultimo piano del grattacielo sul Meno”, a succederlo “arriverà un successore tedesco o comunque nordico, dunque con un approccio molto più conservatore. La nuova era è già iniziata“.