Def, zero spending review e nuova stangata fiscale. E il tesoretto spread?

11 Aprile 2016, di Laura Naka Antonelli

ROMA (WSI) – Non c’è traccia di spending review nel Def (Documento di economia e finanza), presentato dal governo. E’ quanto ritengono gli analisti del Centro Studi di Unimpresa, che affermano senza troppi giri di parole che “il tesoretto dello spread sarà dunque usato per finanziare gli sprechi”. Nulla che induca a sperare in una situazione, migliore, insomma, come afferma anche il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi:

“Con questo Def il governo di Matteo Renzi certifica quello che ormai sappiamo da tempo: non c’è lotta agli sprechi nel bilancio pubblico, non vengono ridotte le tasse  a famiglie e imprese. Insomma, il governo non cambia verso”.

Così scrivono gli esperti:

“nei prossimi quattro anni le uscite dalle casse dello Stato cresceranno sempre, con un aumento complessivo di oltre 22 miliardi”. La spesa pubblica “passerà dagli 826 miliardi del 2015 ai quasi 849 del 2019; è prevista un’impennata per le uscite correnti di 34 miliardi e per le pensioni di 20 miliardi, mentre saranno ridotti gli investimenti pubblici di quasi 7 miliardi e ci sarà un risparmio sul fronte della spesa per interessi sul debito superiore a 4 miliardi”.

Unimpresa prevede che la spesa pubblica:

“che nel 2015 si è attestata a quota 826,2 miliardi, arriverà a 828,7 miliardi nel 2016, a 830,06 miliardi nel 2017, a 837,7 miliardi nel 2018 e a 848,9 miliardi nel 2019. In totale è previsto un incremento di 22,6 miliardi (+2,74%) rispetto all’anno scorso. Sono destinate a salire le uscite correnti (ovvero la spesa per stipendi dei dipendenti pubblici oltre che per appalti relativi a servizi e forniture): si passerà dai 691,2 miliardi del 2015 ai 701,4 miliardi del 2016 ai 704,5 miliardi del 2017 ai 712,3 miliardi del 2018 ai 725,3 miliardi del 2019: in totale l’aumento sarà di 34,09 miliardi, in salita del 4,93% sullo scorso anno”.

Di fatto:

“tra il 2016 e il 2019 la spesa per le pensioni salirà di 20,5 miliardi (+7,95%); la voce legata alla previdenza si è attestata a quota 258,8 miliardi nel 2015 e salirà a 261,6 miliardi nel 2016, a 264,9 miliardi nel 2017, a 272,2 miliardi nel 2018 e a 279,3 miliardi nel 2019″. Ancora, nei prossimi quattro anni, “caleranno gli investimenti pubblici di 6,9 miliardi (-10,47%): la spesa in conto capitale, che nel 2015 si è fermata a 66,7 miliardi, si attesterà a 60,3 miliardi nel 2016 e nel 2017, passerà a 61,3 miliardi nel 2018 e scenderà a 59,7 miliardi nel 2019″.

Riguardo alla spesa che lo Stato deve affrontare per pagare gli interessi sul debito:

“è previsto un risparmio, frutto del calo dello spread, di 4,4 miliardi complessivi (-6,48%): su Bot e BTP, nel 2015 sono stati pagati interessi per 68,4 miliardi, voce che calerà a 66,7 miliardi quest’anno, a 65,1 miliardi nel 2017 e a 64 miliardi nel biennio successivo”.

Pessima notizia per i cittadini italiani, dal momento che, riguardo alle entrate:

“è prevista una stangata fiscale da oltre 71 miliardi tra il 2016 e il 2019. Nei prossimi quattro anni le tasse aumenteranno sistematicamente e il gettito complessivo supererà quota 855 miliardi rispetto ai 784 del 2015″. Nel 2016 le entrate nel bilancio pubblico “si attesteranno a 789,4 miliardi, mentre nel 2017 arriveranno a 805,4 miliardi; nel 2018 si toccherà quota 831,9 miliardi e nel 2019 a quota 855,7 miliardi”.

In generale:

“il maggior aggravio fiscale su famiglie e imprese sarà pari nel quadriennio a 71,4 miliardi, con un aumento del 9,15% rispetto ai 784,04 miliardi incassati dallo Stato nel 2015″.

Ad aumentare saranno “sia le imposte dirette sia le imposte indirette: nel primo caso il governo stima una crescita di 11,8 miliardi (+4,90%); nel secondo caso è previsto un aumento di 33,3 miliardi (+13,39%). In totale, le entrate tributarie passeranno dai 492,7 miliardi del 2015 ai 537,7 miliardi del 2019 (nel 2016 a 495,1 miliardi, nel 2017 a 510,2 miliardi, nel 2018 a 525,2 miliardi)”.

Il risultato sarà che la pressione fiscale non scenderà affatto ma:

“resterà sostanzialmente invariata. Rispetto al 43,5% del 2015, il governo prevede di chiudere quest’anno al 42,8% e il 2017 al 42,7%; nel 2018 nuova salita al 42,9%, livello che sarà confermato nel 2019”.