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Crisi Veneto Banca, l’elenco dei debitori insolventi

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Veneto Banca e Popolare Vicenza hanno perso 5 miliardi di euro, 4 miliardi a carico delle famiglie e 1 miliardo delle imprese, e spinto almeno 87.000 soci sul lastrico. Unioncamere Veneto ha anche calcolato l’impatto nefausto che ha avuto su una delle regioni più ricche e nodo industrial del paese: -0,3% l’effetto negativo sui consumi, -0,1% sul Pil.

Il buco apertosi nel capitale di Veneto Banca, che ha messo in ginocchio intere famiglie, è stato colmato temporaneamente con l’intervento del Fondo Atlante in seguito a un’operazione di rafforzamento patrimoniale da 1 miliardo di euro, ma mancano altri soldi. È per questo che ora la banca veneta ha chiesto di attingere dal piano di aiuti finanziari del governo italiano, possibile per effetto del decreto Salva Banche da 20 miliardi di euro.

Tra i debitori insolventi che hanno contribuito ad aprire il buco nelle finanze dell’istituto veneto, spiccano i 78 milioni di euro sborsati all’immobiliarista bolognese vicino alle Coop Vittorio Casale, coinvolto in precedenza in inchieste penali e che si presuppone sia pieno di debiti.

Altri 50 milioni sarebbero stati concessi all’impresa Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone, società debitrice peraltro anche dell’altra banca veneta in crisi patrimoniale, la Popolare di Vicenza. Somme importanti che non sono mai tornate indietro sono anche quelle andate ai cementifici Federici e alle finanziarie dei fratelli Landi (crac Eutelia).

Vanno citati anche l’ex socio di Finint, la finanziaria che controlla la Save, Andrea De Vido, il quale deve a un pool di banche, con Veneto Banca in primis, circa 70 milioni di euro, ottenuti per sostenere investimenti individuali rivelatisi in alcuni casi azzardati, e Il senatore Denis Verdini pare abbia invece ottenuto 7,2 milioni di euro per ottenere finanziamenti per le sue società editoriali.

Veneto Banca: i motivi all’origini della crisi

Tornando alla cronaca degli ultimi giorni, per poter rimanere finanziariamente a galla il management della banca veneta ha bisogno di ottenere dalle autorità europee il permesso di ricorrere alla nuova ricapitalizzazione, precauzionale. La richiesta è stata formalmente inviata a Bankitalia, Tesoro e Bce. Per consolidare il gruppo, da gennaio di quest’anno sono stati inoltre avviati i negoziati per la fusione con Pop Vicenza. Tale progetto prevede anche che si passi per jun rafforzamento del patrimonio.

Le due banche venete continuano ad avere bisogno di denaro fresco e dopo aver capito di non poter fare affidamento sulle risorse private per aumenti i livelli di capitale, si è passati per la via “pubblica”. Ma non è da dare per scontata la realizzazione del piano di aumento di capitale precauzionale, che – trattandosi di aiuti pubblici vietati per legge – la Bce in teoria dovrebbe concedere solo ad istituti sistemici che non possono essere lasciati fallire. È il caso di Mps, ma non per forza delle due società venete controllate peraltro da un fondo, Atlante, che difficilmente impegnerà altre risorse in futuro.

L’intervento del piano di aiuti che si delinea finirà per richiedere il coinvolgimento degli obbligazionisti subordinati, uno scenario che si voleva evitare con l’intervento iniziale del fondo Atlante. “Determinante, inoltre, per capire come andrà il piano di salvataggio disegnato per gli istituti veneti sarà la risposta che arriverà dagli azionisti delle due banche quasi azzerati con gli aumenti di capitale del 2016 alla proposta di mini rimborso. Se l’adesione sarà alta, si riuscirà a disinnescare, almeno in parte, la costosissima mina dei contenziosi legali. Viceversa, saranno problemi”, scriveva La Repubblica a gennaio.

Tra i fattori citati dal rapporto di Unioncamere all’origine della crisi patrimoniale delle banche venete vengono citati:

  • crisi generalizzata dell’economia, dopo il 2008, con effetti a cascata nei settori industriali caratterizzati dalla presenza di filiere o distretti;
  • episodi di mala gestione da parte del management bancario;
  • inasprimento delle regole specifiche previste per il settore (BCE, innalzamento dei Ratios patrimoniali);
  • crisi specifica nell’industria delle costruzioni (mattone), con deflazione dei prezzi e svalutazione del patrimonio immobiliare;
  • interconnessione tra svalutazione del patrimonio immobiliare e rientro dei crediti all’industria nelle imprese familiari;
  • sostegno a progetti “di sistema” con scarse possibilità di rientro (anche a lungo termine), privi di garanzie reali (autostrade, CIS, pedemontana, investimenti immobiliari semi-pubblici…), sollecitati dallo “spirito del branco” che contraddistingue i CdA e il management delle popolari “di territorio”.