Bazooka Bce un veleno per le pensioni

21 Marzo 2016, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – La Bce ha fatto ricorso alle armi pesanti nella riunione di politica monetaria di marzo e le nuove misure straordinarie annunciate da Mario Draghi rischiano di mettere in dissesto il già fragile sistema pensionistico dei contribuenti dell’area euro.

L’obiettivo di Draghi è quello di rilanciare la ripresa economica e rinfocolare l’inflazione, ma un costo del denaro così basso e i finanziamenti agevolati alle banche non hanno soltanto l’effetto positivo di favorire le attività creditizie, rischiano anche di compromettere gli investimenti delle aziende e chiunque voglia avere diritto a una pensione decente quando smetterà di lavorare.

Un programma troppo duraturo e potenziato di Quantitative Easing, che includerà anche l’acquisto di bond societari non finanziari è destinato a rendere più difficile il compito di aziende e lavoratori in questo senso. I piani pensione e gli investimenti nei fondi dovranno tenere conto di un panorama in cui i rendimenti dei bond sono molto limitati.

I tassi di interesse allo zero hanno già depresso i rendimenti dei titoli obbligazionari, complicando il finanziamento dei piani pensione dei dipendenti ad opera del datore di lavoro. Il risultato è che in molti casi i deficit dei piani pensionistici aziendali sono pari o superiori alla capitalizzazione di mercato dell’impresa stessa.

Le armi pesanti della Bce finiranno per aumentare i prezzi del debito emesso dalle imprese e abbassare ulteriormente i rendimenti, che già si trovano su livelli storicamente bassi.

Tassi zero e QE aumentano buchi di bilancio pensioni

Rendimenti inesistenti

Grazie anche al taglio progressivo dei tassi di interesse in area euro, i rendimenti dei bond societari europei sono calati nettamente. Secondo Chris Bryant di Bloomberg si tratta di “un problema enorme“.

“Il primo stress test dei sussidi europei e dei piani di pensione ibridi condotto in gennaio ha mostrato che in Europa ci sono buchi nei fondi di previdenza pari a 428 miliardi di euro”.

Il deficit del piano pensionistico di Lufthansa tocca i 6,6 miliardi, una somma grossomodo equivalente alla sua capitalizzazione di mercato. Da un lato l’incremento dei prezzi dei bond aumenta il valore dei beni usato dai fondi pensione. Ma dall’altro negli ultimi anni i problemi di deficit di bilancio hanno prima controbilanciato e poi sorpassato i guadagni ottenuti su quel fronte.

Le imprese sono obbligate a determinare quanto devono mettere da parte per finanziare i debiti per le prestazioni pensionistiche. Il calo dei rendimenti implica anche un incremento dei costi richiesti per rispettare questi impegni. E così i buchi di bilancio dei fondi pensionistici aumentano.

Secondo le stime degli analisti creditizi dell’agenzia di rating Standard & Poor’s, un taglio dei tassi di interesse dell’1% tende a aumentare i debiti per le prestazioni pensionistiche del 16% circa nelle aziende più grandi che offrono ai propri dipendenti i piani previdenziali più costosi.

Volatilità di bilancio

Il tempismo delle manovre straordinarie della Bce non è dei migliori per le varie forme pensionistiche private e pubbliche. Arriva infatti proprio in un momento in cui sembrava che i rendimenti offerti dai piani previdenziali avessero ritrovato slancio, grazie a un contemporaneo aumento dei tassi e assottigliamento seppure minimo dei deficit di bilancio.

Nel 2014 i debiti per le prestazioni pensionistiche per le imprese quotate al Dax di Francoforte sono aumentati del 24% attestandosi a 372 miliardi di euro, per poi ridursi di 10 miliardi circa l’anno scorso, stando ai dati forniti da Mercer, una società di consulenza.

Il rapporto tra il valore di mercato degli asset dei piani pensionistici e quello dei debiti maturati (il cosiddetto funding ratio) è salito dal 61% al 65% l’anno scorso. Un aumento di anche solo il 4% ha conseguenze negative molto grosse per aziende, investitori, economia e, chiaramente, i dipendenti che un giorno desiderano andare in pensione.

Se il datore di lavoro usa il capitale per colmare i buchi dei fondi pensionistici, ha meno soldi per finanziare gli investimenti e i piani previdenziali. Un grande deficit si traduce inoltre in meno aumenti salariali.

Questi ragionamenti e dati mettono in discussione l’efficacia del Quantitative Easing. Le aziende di rating, tra l’altro, prestano grande attenzione ai deficit pensionistici, che è dato dalla differenza tra gli asset del piano previdenziale e le sue passività, ovvero quanto un fondo pensione deve versare ai pensionati. Se le agenzie dovessero lanciare avvertimenti sui buchi di bilancio delle pensioni, i tassi di interesse potrebbero salire rendendo più difficili i finanziamenti.

Un deficit di bilancio tende poi sempre a innervosire anche gli investitori nel mercato azionario, perché potrebbe mettere sotto pressione non solo gli stipendi dei dipendenti ma anche i dividendi che vengono assegnati agli azionisti.

Tutto questo potrebbe compromettere gli effetti benefici del QE sui mercati. Le società potrebbero provare a ridurre i gap di bilancio, ma sarebbe un costo in termini di profitti. Da parte loro le autorità dei mercati potrebbero consentire alle aziende di avere approcci meno rigidi e più improntanti al rischio quando si tratta di determinare i piani di investimento. Per esempio potrebbero permettere di puntare su asset più redditizi, come infrastrutture e immobiliare. In particolare un’iniziativa di questo tipo avrebbe senso in Germania.

Ma il problema fondamentale rimane. Premesso che i fondi pensione aziendali sarebbero finiti nei guai comunque, anche se la Bce non avesse mosso un dito, perché avremmo avuto una spirale deflativa e una nuova recessione, almeno sarebbe stato un processo naturale, con le distorsioni fisiologiche previste in un sano capitalismo contemporaneo.

Iniettare nuova adrenalina nell’economia come ha fatto la Bce a più riprese, invece, ha i suoi effetti collaterali, che non vanno assolutamente presi sotto gamba.

Fonte: Bloomberg