Banche, nessuno compra sofferenze. Renzi infuriato con Draghi

5 Luglio 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – Il premier italiano Matteo Renzi è su tutte le furie e ne ha ben donde. Il settore bancario italiano è in piena crisi, come evidenzia anche il crollo del settore in Borsa negli ultimi mesi. Ieri è stato soprattutto un giorno da dimenticare per Monte dei Paschi di Siena. La banca ha ricevuto una lettera della Bce in cui si chiede di ridurre i debiti deteriorati del 40% in tre anni di tempo.

C0me riportato da Reuters, Renzi sostiene che Mario Draghi, il numero uno dell’istituto centrale, avrebbe potuto fare di più per risolvere i problemi del reparto bancario italiano quando lavorava come direttore generale del Tesoro negli Anni 90, nel periodo in cui Carlo Azeglio Ciampi era ministro dell’Economia.

 “Se le misure sulle popolari non fossero state intraprese da noi – ha sottolineato Renzi – bensì dal governo di centro sinistra che per prima di noi le aveva proposte, ma che non ha avuto la forza di metterle in pratica nel 1998, non avremmo questo problema” oggi.
La parte più pungente del discorso di Renzi è arrivata dopo: “Se la gente avesse avuto la forza e l’intelligenza di tenere la politica fuori dal sistema bancario un po’ prima di quando l’abbiamo fatto noi non avremmo avuto casi come quello del Monte di Paschi di Siena”. Draghi è stato anche al timone della Banca d’Italia dal 2005 al 2011.

Da quando è salito al potere con un putsch interno al suo partito, Renzi ha varato diverse riforme per risanare il settore, tra cui il decreto sulle popolari. Ma sono ancora diversi gli istituti in crisi, con per esempio il Fondo Atlante che ha assunto il controllo di Veneto Banca qualche giorno fa, dopo che la Bce ha detto che avrebbe dovuto varare un aumento di capitale oppure chiudere l’attività.

Intanto Unicredit – la prima banca d’Italia per giro d’affari – pare abbia bisogno di 5 miliardi di euro di capitali freschi, stando alle stime di Barclays. Sono proprio le preoccupazioni circa la prospettiva di un aumento di capitale ad aver affossato il titolo in Borsa negli ultimi mesi. Da inizio anno l’azione della banca ha accumulato una perdita del 63%.

Il problema più grave del settore è che nessuno vuole comprare le sofferenze bancarie degli istituti di credito italiani, per lo meno non a questi prezzi. Per il momento dal 2015 MPS ha smaltito solo una minima parte dei crediti inesigibili di cui si deve liberare prima della fine del 2018 per ripulire il bilancio.

L’obiettivo delle autorità è quello di ridurre l’ammontare dei non-performing loans (npl) a 14,6 miliardi di euro dai 24,2 miliardi del 2015 dopo aver salvato Mps entro luglio, dopo gli stress test, facendo ricorso alle regole europee e risparmiando così gli obbligazionisti.

Le banche di casa nostra attraversano una crisi profonda, provocata dalla bassa redditività in un contesto di tassi zero, gli elevati costi, la carenza di capitale e i circa 360 miliardi di sofferenze lorde in portafoglio. La paura di obbligazionisti, investitori e risparmiatori è di subire perdite ingenti qualora le banche facciano crac.

Le autorità europee hanno approvato il piano del governo Renzi da 150 miliardi per fornire garanzie statali alla liquidità delle banche solvibili fino a fine anno. L’obiettivo del paracadute è quello di contenere il panico degli investitori, che potrebbe tradursi in una corsa agli sportelli con impatto penalizzante immediato sulla liquidità delle banche stesse.

Anziché ricevere fondi pubblici europei per rafforzare i livelli patrimoniali, evitando di ricorrere al piano di bail-in introdotto come regime in Europa a inizio gennaio e già utilizzato dal governo Renzi per salvare quattro banche regionali a fine 2015, il settore bancario travagliato non avrà altra scelta se non quella di diluirsi fino all’osso. I titoli Mps hanno perso il 70% da inizio anno e ora scambiano ai minimi di sempre.

Palazzo Chigi corregge il tiro

Fonti di Palazzo Chigi smentiscono “l’interpretazione polemica attribuita al presidente del Consiglio Matteo Renzi nei confronti del Presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi e del Governatore della BCE, Mario Draghi che corre oggi su alcuni organi di informazione”.

Il riferimento fatto ieri dal premier, in occasione della Direzione nazionale del Pd, andava esattamente nella direzione opposta: e cioè nel riconoscere che la riforma delle banche popolari, realizzata dal governo Renzi, si iscrive nel segno e ha portato a termine il disegno riformatore che aveva ideato nel 1998 l’allora direttore generale del Tesoro Draghi all’epoca di Ciampi ministro.

In sostanza, il governo di allora voleva quella riforma che il Parlamento, invece, non approvò. Nessuna polemica, dunque, anzi l’esatto opposto nei confronti di Ciampi e Draghi: l’individuazione, piuttosto, di un filo rosso che ha condotto negli anni alla realizzazione della riforma delle banche popolari“.