Bail-in, perché Bankitalia e ABI vogliono abolizione

5 Marzo 2019, di Daniele Chicca

I banchieri e i loro rappresentanti politici in Italia (da ABI a Bankitalia fino al ministero del Tesoro) si sono coalizzati per chiedere l’abolizione della direttiva europea sul bail-in. Cancellare la norma, approvata sotto il ricatto della Germania nel 2013 secondo quanto fatto intendere dal ministero dell’Economia, vorrebbe dire tornare a far pagare ai contribuenti i fallimenti delle società finanziarie.

L’Italia, isolata quando si decise l’architettura del bail-in, avrebbe pagato caro un eventuale no alla norma. Il mercato, infatti, avrebbe pensato che il governo all’epoca fosse contrario per via dello stato traballante delle sue banche. Ci sono due grandi criticità che accompagneranno le banche d’ora in avanti. Una riguarda le iniezioni di denaro della banca centrale.

Banche italiane: due criticità di finanziamento, TLTRO e MREL

Un problema riguarda la scadenza dei programmi di finanziamento TLTRO, sui quali la Bce forse espliciterà il concetto nella riunione del 7 marzo. “Visto che le banche italiane da qui a un anno e nove mesi, un anno e dieci mesi, avranno in scadenza 250 miliardi (di euro) di TLTRO”, è difficile andare sul mercato ora, secondo il blogger e investment manager Mario Seminerio.

“Forse ci riescono UniCredit e Intesa Sanpaolo strapagando il nuovo debito” emesso. Se la Bce non rinnova di nuovo TLTRO, tra una ventina di mesi le banche italiane si troveranno con criticità di funding. Con un po’ di fortuna chi sostituirà Mario Draghi potrebbe rinnovare il programma. Ma se le cose si mettono male, cosa si può fare per emettere titoli e passività sacrificabili in caso di bail-in?

È questo il secondo problema, possibilmente più grosso, che costituisce l’altra grande criticità per le banche d’Italia, secondo l’investment manager. Stiamo parlando dei MREL (Minimum Requirements of own funds and Eligible Liabilities), le passività che possono essere sacrificate in caso di ricorso al bail-in. Per chiarire il concetto, intervenendo da Pechino in streaming l’economista Michele Boldrin fa un passo indietro spiegando che “per prestare la  banca ha bisogno di due cose: di liquidità” (depositi correntisti) o di altre forme che provengono dal mercato.

“Siccome i crediti non sempre vanno a buon fine” generando utili per la banca (a volte diventano inesigibili, per esempio), “tutti i regolatori vogliono che le banche ci mettano dei capitali propri”. “Quando fa profitti la banca se li porta a casa, ma quando fa delle perdite ci deve mettere il proprio capitale”, perché non è giusto che ci rimettano i contribuenti, sottolinea Boldrin.

Anche le banche si finanziano con obbligazioni rischiose sul mercato del credito. E le più rischiose arriveranno in seconda battuta a coprire le perdite. È il caso delle obbligazioni subordinate, per esempio. Il bail-in è fatto per proteggere i contribuenti e anche i risparmiatori meno attrezzati. “Se le banche non riescono ad accedere al mercato pr i bond sacrificabili in caso di bail-in è un casino, perché si devono sacrificare gli altri creditori.

Con che cosa sostituire il bail-in

L’idea condivisa da Antonio Patuelli dell’ABI, Giovanni Tria e Carmelo Barbagallo (capo della vigilanza di Bankitalia) è quella di superare il bail-in e trovare un’altra soluzione per salvare le banche in crisi. Il bailout prevede che si attinga ai portafogli dei contribuenti e quindi si usi il debito pubblico. Un’opzione alternativa al bailout sarebbe quella di fare intervenire lo schema volontario del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi.

“Lo stiamo vedendo all’opera già con il caso Banca Carige“. L’idea è quella di “mettere in cordata le banche italiane” più solide per soccorrere l’istituto in difficoltà. Ma è possibile, si chiede il gestore del blog Phastidio, “intervenire su banche che sono ancora viable (solvibili) per preservare gli obbligazionisti subordinati”?

Ci perderebbe il sistema bancario italiano. Così facendo “non è che poi si rischia di ammalorare l’intero sistema“, si chiede Seminerio con toni ironici. Che l’Italia ha destinato meno di altri paesi ai salvataggi delle banche è un dato, ma è “una mezza fandonia”, secondo l’esperto della teoria della crescita economica, “dire che abbiamo speso poco per le banche”.

“Abbiamo speso poco per capitalizzarle, ma abbiamo un sistema bancario che dieci anni dopo la crisi bancaria non sappiamo ancora dove va. Che bisogna fargli quantitative easing pazzeschi“. Ed è anche un sistema che dà segni di credit crunch di nuovo. “La nostra capacità di fare credito è bassa”, osserva a Boldrin nella video telefonata con Seminerio (vedi video sotto).

Cos’è il bail-in e perché non piace ai banchieri d’Italia

Con la direttiva BRRD, l’Unione Europea ha introdotto delle regole armonizzate nell’area per prevenire e gestire le banche in dissesto. Dopo anni di costosi salvataggi bancari a spese dei contribuenti (bailout), l’idea alla base della norma è quella di scaricare il peso su azionisti, in prima linea, obbligazionisti e correntisti con più di 1000 euro depositati in banca.

Seminerio pensa che “questa gente vuole andare in Europa a chiedere di riformare la direttiva BRRD” sul bail-in, cercando di emettere passività come bond assoggettabili a bail-in “con una garanzia statale“. In concreto la banca potrebbe indebitarsi pagando il rischio sovrano italiano, “che poi si gonfierebbe”.

Negli ambienti dell’ABI e di Bankitalia sta maturando questa idea, per evitare che le banche italiane “vadano gambe all’aria” secondo l’investment manager. “Contemporaneamente io pago allo Stato italiano una garanzia calibrata sul credit default swap subordinato” (non quello senior). Ma almeno in questo modo si possono “finanziare con il rischio Italia, che pur essendo elevato, permetterebbe alla banca di poter eccedere al mercato”.