Varoufakis: “Italia sta per vivere tempesta perfetta”

26 Maggio 2017, di Daniele Chicca

La ripresa economica in Europa ha incominciato a prendere forza dall’anno scorso, quando la performance è stata migliore delle attese. È “molto facile” iniziare a pensare che il peggio sia ormai alle spalle, ha detto l’economista Yanis Varoufakis parlando all’investment roadshow di Artemis, e che “sia una buona notizia per il biennio 2017-18, ma è meglio andare cauti prima di arrivare una simile conclusione affrettata”.

Prendete l’Italia, per esempio, “un paese troppo grande per essere salvato con i soldi degli altri paesi membri dell’area euro”. La terza economia dell’Eurozona rappresenta al contempo un problema troppo grande perché possa essere ignorato” e troppo grande per poter essere presa in giro e manipolata come è successo alla Grecia”, ha detto Varoufakis, ex ministro greco dell’Economia, citato da Investment Week.

Varoufakis di trattative con Bruxelles ne sa qualcosa. Furono lui e il suo governo di sinistra che tentarono invano di far uscire la Grecia dagli accordi presi con la troika dei creditori, provando a negoziare una ristrutturazione del debito giudicato insostenibile con l’intenzione di impedire la messa in atto di nuove misure di rigore. Quando la Grecia, paese indebitato fino al collo, era sull’orlo del fallimento, il premier Alexis Tsipras decise di sostituire Varoufakis e la sua linea dura, che non stava portando ad alcun risultato nei negoziati con la troika, con Euclid Tsakalotos e il suo approccio più conciliante.

Secondo Varoufakis, leader di DiEM25 (Democracy in Europe Movement, movimento di orientamento progressista che vuole cambiare i trattati europei e spera che nel 2025 “il nostro sogno di un’Europa unita e democratica diventi realtà”), l’Italia sta per entrare in una fase difficile e sta per attraversare “la sua tempesta perfetta“.

Varoufakis: Italia vivrà tempesta perfetta

Attenzione all’euro: la crisi non è finita

Sinora il presidente della Bce Mario Draghi ha acquistato €210 miliardi di bond governativi italiani. In futuro l’Italia si troverà con mille miliardi di titoli del debito in scadenza in un periodo in cui “Draghi sarà costretto” a ridurre la portata e durata del Quantitative Easing, avviando il processo di tapering. Non sarà una sua scelta quindi, secondo Varoufakis, bensì la causa della mancanza di Bund tedeschi da acquistare. Per comprare un importo tot di Btp, Draghi deve comprare il doppio di bund. “È l’unico modo” per poter far funzionare il QE in Eurozona.

“In altre parole l’unica maniera per convincere la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente della Bundesbank Jens Weidmann a consentire la Bce a implementare il programma di QE è stata comprare debito governativo in proporzione al PIL o al peso degli Stati membri in seno alla Bce”.

Il problema è che i Bund che si possono comprare stanno finendo perché il ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schäuble non gli sta emettendo. Le banche tedesche hanno un obbligo di trattenere i bund che detengono. Il risultato è che si ha una domanda in eccesso di Bund rispetto all’offerta.

“Questo crea problemi per le piccole banche dell Germania e per i fondi pensione“. Ciò ha spinto Draghi a iniziare già un principio di tapering. Il QE è stato sì prolungato di nove mesi fino a dicembre 2017, ma la mole di titoli acquistati è scesa da 80 miliardi a 60 miliardi al mese. Il programma volgerà presto al termine e quando lo farà per l’Italia saranno guai.

L’Italia deve rifinanziare mille miliardi di euro. I tassi di interesse da pagare sul debito non sono ancora elevati, ma “le banche italiane in crisi sono obbligate dal Meccanismo di Supervisione Bancaria (SSM) a vendere €150 miliardi di bond governativi italiani, per via della loro dipendenza dagli investimenti nel debito statale”, che se esagerata crea rischi sistemici (secondo Varoufakis si tratta più della dipendenza dello Stato italiano dalle sue banche che dell’inverso).

In conclusione, “il problema che l’Italia pone per la Bce e per l’Eurozona”, in parallelo con i “pericoli evidenti e attuali” derivanti dalle politiche di investimenti nelle infrastrutture di Donald Trump e dalla bolla del credito in Cina, è che “crea la possibilità di un’ulteriore destabilizzazione dell’Unione Europea e dell’Unione monetaria”.